L'uomo dei lupi, omosessuale inconscio

23 luglio 2006

Scritto nel 1914 ma pubblicato solo quattro anni dopo, questo caso clinico particolarmente complesso offre a Freud l'occasione per tornare ancora una volta sull'omosessualità, senza ricorrere alle teorie già esposte nei Tre saggi sulla teoria sessuale e nel caso clinico del piccolo Hans (entrambe poi riprese nel saggio su Leonardo), ma preferendo una nuova interpretazione, non del tutto perspicua e piuttosto macchinosa.


Nel riesporre il caso mi limito ai punti salienti necessari a comprendere la nuova teorizzazione dell'omosessualità. Freud interpreta i numerosi problemi psichici dell'"uomo dei lupi" alla luce di un precoce tentativo di seduzione subito da parte di una sorella particolarmente... sbarazzina. Prendendo l'iniziativa, la fanciulla avrebbe spinto il fratellino verso fantasie erotiche passive mortificandone la virilità.

Presa confidenza con il nuovo, meraviglioso mondo della sessualità, il bambino si mette subito alla prova cercando di sedurre rozzamente la sua balia. Sgridato e minacciato di castrazione, l'"uomo dei lupi" ritiene più saggio trasferire il proprio desiderio sul padre (invertendo le normali dinamiche dell'Edipo), che da strumento di identificazione e di crescita virile diviene ora oggetto di attrazione libidica, ruolo che di solito è la madre a ricoprire.


Ma i traumi per questo bambino particolarmente sfigato sono appena cominciati: ora ci si mette la scioccante visione di una "scena primaria" nella quale la madre si prestava a un rapporto anale. La "scena primaria" diviene così l'argomento centrale del caso, che Freud non sa ancora bene come interpretare, e infatti ipotizza diverse spiegazioni: forse si è trattato di un fatto reale, forse non si è mai verificata, o forse è il parto della fantasiosa rielaborazione a posteriori di un evento in parte diverso (ad esempio un rapporto che non coinvolgeva i genitori ma dei cani, o delle pecore..).

Comunque sia, la scena primaria (che - vera o immaginaria che sia - secondo Freud gioca un ruolo importante in tutti i bambini edipici) viene rielaborata dall'"uomo dei lupi" con un duplice effetto. In primo luogo si convince che, per dare soddisfazione al padre, non occorre avere una vagina ma basta l'ano, quindi lui ha tutto quello che serve e non dovrà rinunciare al suo pene. In questo modo riesce a sedare le sue ansie di castrazione, ma in compenso produce una fissazione anale che avrà varie conseguenze. In secondo luogo rielabora la scena in un sogno (con dei lupi su una pianta che lo fissano) dal quale trae una durevole fobia nei confronti di questi animali, con tutta una serie di conseguenti e crescenti angosce.

Per sottrarsi alle quali, l'"uomo dei lupi" cerca di riorganizzare la propria sessualità indulgendo ora a un comportamento sado-masochista. Freud lo interpreta come un tentativo di sedurre il padre: il suo comportamento violento da monellaccio servirebbe solo a provocare la reazione punitiva del genitore, che gli procura in realtà soddisfazione erotica. Il rapporto con il padre passa poi attraverso ulteriori fasi (tra cui una crisi mistica).


Ma il punto fondamentale è il seguente: l'omosessualità dell'"uomo dei lupi" è la conseguenza che la seduzione subita da parte della sorella ha avuto sul rapporto già instaurato dal bambino con il padre, chiamato a fare da "partner attivo" (tramite la perversione sadomasochista). Si tratta di un prototipo che si offre alla generalizzazione: nel caso dell'edipo inverso (bambino innamorato del padre) i normali processi di identificazione con il padre possono saltare in conseguenza di un evento traumatico (come una precoce esperienza sessuale).


La catena di problemi che si sono presentati all'"uomo dei lupi" sarebbe poi la conseguenza del fatto che questi avrebbe rimosso profondamente i suoi istinti omosessuali in seguito a un conflitto tra la sua tendenza passivo-omosessuale, ben assestata nell'inconscio, e la sua originaria identificazione narcisistica con il padre, che l'Io non vuole abbandonare.

Il padre si trova così a ricoprire di nuovo entrambe le sue funzioni iniziali: da un lato serve da oggetto, cioè da partner ideale per ricevere il cui amore il bambino è disposto ad assumere un atteggiamento passivo/femminile (questa associazione, piuttosto stantia, è ribadita a più riprese e con convinzione da Freud), dall'altro serve da strumento di identificazione virile (in nome della quale il bambino sarebbe disposto a rinunciare all'amore del padre per preservare la propria attività/maschilità eterosessuale). Omosessualità ed eterosessualità convivono così nello stesso individuo, una a livello inconscio, l'altra a livello conscio.

Ma come sempre, Freud tira poi il bilancio finale in relazione al rapporto del paziente con il "principio di realtà": ricacciare l'omosessualità nell'inconscio non è stata una buona mossa perché, preferendo la rimozione alla sublimazione, il paziente ha perso l'occasione di realizzare qualcosa di significativo nella vita e si è procurato una serie di disturbi psicosomatici.
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