Saggi di Montaigne [1588]. Amicizia e amor socratico..

23 maggio 2010

Michel de Montaigne (1533-1592) fu un filosofo e letterato francese.

Questi suoi Saggi risalgono al 1580 e 1588, e riflettono sul presente a partire dalla letteratura antica, greca e latina.


L'omosessualità vi appare sotto vari panni e per vari motivi.

Su di essa vedi libro e capitolo:


I 28 (pp. 242-259): questo commovente saggio (che si trova anche edito come opera a sé) è dedicato all'amicizia, durata quattro anni, che legò Montaigne a Étienne de la Boétie (1530-1563).

I sentimenti che vi vengono descritti oggi rientrano comodamente nella definizione di amore, e costituiscono una sorprendente, nonché candida e sincera, confessione dell'attaccamento provato dall'autore per un altro uomo.

La base filosofica di questo capitolo deriva dalle due Etiche di Aristotele , e da Cicerone.

Ma Montaigne insiste sul fatto che quell'amicizia andava oltre:

"Quell'amicizia che abbiamo nutrito tra noi, finché Dio ha voluto, così completa e perfetta che certo non si legge ne sia esistita un'altra simile e, fra i nostri contemporanei non se ne trova traccia alcuna" (p. 244).


"Paragonarvi l'affetto verso le donne, benché esso nasca dalla nostra scelta, non è possibile, e nemmeno collocarlo in questa categoria. Il suo fuoco, lo riconosco (...) è più attivo, più cocente, più intenso. Ma è un fuoco cieco e volubile" ( p. 246).

E il matrimonio?

È solo un accordo di interesse! E poi,

"le donne in genere non sono capaci di corrispondere a questi rapporti e a questa comunione, nutrimento di questo santo legame; né la loro anima sembra abbastanza salda da sostenere la stretta di un nodo tanto serrato e durevole" (p. 248).

Naturalmente, "quell'altra licenza greca" (la sodomia) è oggi aborrita, ma (e anche qui l'argomentazione è quella di Aristotele),

"neppure essa, del resto, presentando, secondo le loro abitudini, una così necessaria disparità d'età e differenza di servigi fra gli amanti, rispondeva alla perfetta unione e armonia che qui si richiede".

Il legame infatti era

"semplicemente fondato su una bellezza esteriore, falsa immagine della generazione corporale. Infatti non poteva fondarsi sullo spirito del quale nulla ancora appariva" (p. 248).

Segue qui una descrizione dell'amore greco omosessuale citandone meriti (se è casto) e demeriti (se è sensuale) secondo l'argomentazione di Aristotele e di Platone.

Insomma, quando quell'amore era virtuoso era vera amicizia:

"Nell'amicizia di cui parlo [le anime] si mescolano e si confondono l'una nell'altra con un connubio così totale da cancellare e non ritrovare più la connessura che le ha unite.

Se mi si chiede di dire perché l'amavo, sento che questo non si può esprimere che rispondendo: "perché era lui; perché ero io" (p. 250).

Wow!

In questi termini prosegue la descrizione dell'amicizia, nella quale gli amici si fondono l'uno nell'altro, secondo i più nobili esempi antichi.

"Le nostre anime hanno camminato così unite, si sono considerate con affetto tanto ardente, e con pari affetto si sono scoperte l'una all'altra, che non solo io conoscevo la sua vita come la mia, ma certo mi sarei più volentieri affidato a lui che a me stesso" (p. 252).

Dopo avere elencato altri esempi antichi d'amicizia, Montaigne lamenta che la vita, dalla morte dell'amico diciassette anni prima,

"non è che fumo, non è che una notte oscura e noiosa. (...) Da quando lo persi, non faccio che trascinarmi languente" (p. 257).

Se possa definirsi solo amicizia questa grande passione lascio giudicare al lettore; certo che il continuo deprezzamento dell'amore per le donne lascia pochi dubbi sulle tendenze omosessuali (se inconsce o palesi, represse o agite non saprei) di Montaigne;


I 30 (pp. 261-267): a p. 264-265 riporta un aneddoto su Pericle e Sofocle (da: Cicerone, Dei doveri, I 80);


II 30 (pp. 945-946): parlando dei "mostri di natura" Montaigne conclude con queste folgoranti parole:

"Quelli che noi chiamiamo mostri, non lo sono per Dio, che vede nell'immensità della sua opera l'infinità delle forme che vi ha compreso; e c'è da credere che la forma che ci stupisce abbia un rapporto e una relazione con qualche altra forma dello stesso genere sconosciuta all'uomo.

Dalla sua perfetta sapienza non procede nulla che non sia buono e comune e normale; ma noi non ne vediamo la concordanza e la relazione. (...).

Noi chiamiamo contro natura quello che avviene contro la consuetudine; non c'è niente se non secondo essa, qualunque cosa sia.

Che questa ragione universale e naturale cacci da noi l'errore e lo stupore che ci arreca la novità".

Parole che sembrano (e forse lo sono davvero) pensate anche in riferimento al comportamento omosessuale;

III 5 (pp. 1114-1194): è un lungo trattato sull'amore e la sessualità, ricco di osservazioni sorprendenti.


Montaigne ritiene che in fatto sessuale uomo e donna abbiano gli stessi impulsi, e che solo educazione e costume li rendano diversi.


Del matrimonio parla come di un dovere, forse noioso ma necessario. Numerosi i cenni all'omosessualità:

  • III 5 (p. 1120) biasima chi critica Platone "sorvolando sulle sue pretese relazioni con Fedone, Dione, Stella, Archeanassa";
  • III 5 (p. 1122) riferisce, quale esempio di scelta fra due mali, quella a cui fu costretto il teologo cristiano Origene (o adorare un idolo o essere sodomizzato da un negro), che scelse il primo male (non so che origine abbia tale insolito aneddoto);
  • III 5 (p. 1136) ricorda il caso del filosofo greco Polemone, portato in tribunale dalla moglie per i suoi amori omosessuali;
  • III 5 (p. 1142) riferisce l'aneddoto secondo cui le donne del Pegu (attuale Birmania) si vestono poco per distogliere i maschi dall'amore dei maschi (ma Montaigne commenta:
    "si potrebbe dire che vi perdono più di quanto vi guadagnino, e che una fame intera è più acuta di quella che è stata saziata almeno attraverso gli occhi");
  • III, 5 (p. 1154) ricorda che il filosofo greco Fedone da giovane si prostituì;
  • III, 5 (p. 1187) cita un brano del Carmide di Platone in cui Socrate descrive il "morso" provato appoggiando la spalla al bel Carmide (qui però citato solo come "un oggetto amoroso").
    "Perché no, di grazia?", commenta Montaigne. "Socrate era uomo, e non voleva né essere né sembrare altro";
  • III, 5 (pp. 1192-1193) nel maschio l'età più adatta all'amore gli pare l'adolescenza... e poi cita Orazio, che loda i tratti femminei degli adolescenti.
  • Lo stesso dicasi della bellezza maschile, che secondo i greci (Omero, Platone, Dione) dura fino a che spuntano i peli;

III 13 (pp. 1422-1497): alle pp. 1448-1449 Montaigne ricorda di aver preso al suo servizio ragazzi che vivevano di accattonaggio,

"e che poco dopo hanno lasciato me, e la mia cucina e la loro livrea, solo per tornare alla vita di prima".

Di che razza di ragazzi era mai "benefattore" Montaigne?

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