Il dio chiamato Dorian

7 giugno 2010

Tra La caduta degli dei (1969) e Ludwig (1973), Helmut Berger prova ad affrancarsi dalla tutela del suo pigmalione, l'amato ma impegnativo Luchino Visconti. Mentre questi è alle prese con un adolescente svedese per girare Morte a Venezia, Berger si concede anima e corpo (soprattutto corpo) a Massimo Dallamano, già apprezzato direttore della fotografia (tra l'altro di Sergio Leone). E se la macchina da presa di Visconti ne La caduta degli dei lo idolatrava, nonostante il suo ruolo nefando, quella di Massimo Dallamano non è da meno.

Pur tra accenti diversi, dal giallo all'italiana alla commedia (spesso involontaria), Il Dio chiamato Dorian è infatti una versione swinging London (leggi soft-porno) del Ritratto di Dorian Gray di Wilde: appena venduta l'anima al diavolo, Dorian si trasforma in un erotomane senza inibizioni e impossibile da soddisfare. Ci scappa anche qualche morto, ma le imprese del protagonista sono essenzialmente sessuali e sono le intemperanze erotiche a produrre la sua decadenza (o meglio, quella del quadro che deperisce al posto suo). Niente moralismo: solo un pretesto per inanellare una lunga teoria di pacate perversioni, recitate con scarsa convinzione da un Berger che si esibisce con narcisistica naturalezza, ma che appare legnoso (per non dire imbarazzato) quando deve passare all'azione.

Dallamano costruisce così l'intero film sul corpo di Berger, esibito con caparbio e godurioso voyeurismo mentre posa, mentre si fa la doccia, mentre fa la sauna, mentre nuota in piscina (nudo), mentre si fa un'altra doccia (non ci si mantiene belli e giovani solo vendendo l'anima al diavolo!). E ovviamente Dorian/Berger sfoggia poi le sue grazie anche mentre ne raccoglie i frutti in innumerevoli talami (ma anche prati, palcoscenici, stalle, salotti, cabine di yacht, ecc.). Oltreché a giovani fanciulle, ora probe ora perverse, Dorian si concede anche a carampane milionarie, e finisce così col possedere anche la povera Isa Miranda, la cui parte sarebbe stata perfetta per Mae West.

Dallamano sfrutta poi l'aura ambigua che circondava Berger nelle cronache, sicché Dorian non manca di concedersi anche a un mefistofelico gallerista che eredita le arguzie di Wilde e che lo seduce sotto la doccia (approfittando del più antico dei pretesti: una saponetta caduta a terra). La cosa non deve essergli dispiaciuta, perché nella sequenza successiva Dorian va a battere al porto, dove rimedia un giovane di colore. La sequenza, a onore del vero, non è molto perspicua e una successiva battuta, che fa riferimento alla miserevole fine di un giovane, lascia intendere che qualcosa sia rimasto sul tavolo del montaggio, ivi compreso il risultato della seduzione. Viceversa, quando Dorian ha a che fare con giovani di sesso femminile, Dallamano indugia volentieri in scene di nudo che sanno in realtà di rigor mortis, tanti e tali sono gli artifici cui deve ricorrere per tenere nascosti i dettagli scabrosi.

Per concludere le segnalazioni d'interesse, facciamo la conoscenza di Dorian in un night di Londra frequentato da soli uomini, mentre un travestito si esibisce in un numero di spogliarello musicale, mentre in un'altra sequenza non manca una coppia di effeminati che, interrotti sul più bello, cercano di sedurre un marinaio. Il tutto fuori da un locale dal nome poetico: «The Black Cock».

Esilaranti i dialoghi fra Dorian e la giovane attrice (specie quelli sulla verginità e la battuta sulle di lui dimensioni urlata con eleganza su un autobus), nonché la sequenza a episodi che riassume per cliché le fasi del loro repentino idillio amoroso. L'apice si raggiunge quando lui, quale gesto di sublime romanticismo, porge a lei da bere dell'acqua stagnante che ha pescato a piene mani da una fontana del centro: se non fosse che la fanciulla si suicida presto per disperazione, sarebbe certo morta di qualche atroce infezione intestinale. Requiescat in pace.

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