The O.C., l'America che non c'è

2 agosto 2006

Ennesima soap adolescenziale ambientata in un mondo da favola con problemi risibili e dove persino lo sfigato di turno (Seth, interpretato da Adam Brody), adolescente appena un pochino (ma proprio pochino) introverso, è uno strafigo, figlio di un padre milionario, che vive in una villa con piscina in un paesino fatto di ville con piscina e popolato da altri strafighi milionari (bianchi): chi non vorrebbe avere un po' dei suoi problemi??? Insomma, la solita America che cerca di disegnarsi così come vorrebbe essere, anziché per quello che è. Ovvero un paese, giusto per fare un esempio e certo non il più raccapricciante, dove l'obesità sta rapidamente diventando lo standard nazionale: di questo passo fare il casting per serie come The OC diventerà un'impresa ai limite dell'impossibile, e la stessa The OC è talmente efficace nel rimuovere i problemi nazionali da essere destinata a un lungo futuro.


Nella dodicesima puntata della prima stagione abbiamo l'ormai inevitabile personaggio omosessuale (la puntata si intitola, evocativamente, "Il segreto").

Questa volta tocca al papà del cattivello della serie, il biondo e formoso Luke (ho detto cattivello, mica cesso: abita pur sempre a Newport Beach, e questa America non dà cittadinanza ai cessi). Per una questione di ragazze, già nelle prime puntate Luke entra in collisione con i protagonisti buoni (Seth e Ryan), ma in questo episodio deve fare buon viso a cattivo gioco perché si trova a dover collaborare con Ryan per una ricerca sull'inquisizione spagnola. Chissà se allo spettatore medio verrà in mente di collegare il tema della ricerca con ciò che accade di lì a poco, e cioè la reazione puritana nei confronti del padre di Luke, che viene scoperto (dal figlio stesso, e da Ryan) a baciare il suo socio in affari. Luke si dispera e minaccia Ryan se andrà in giro a dire qualcosa. Tuttavia la voce si sparge come un'epidemia, ma solo perché il padre di Luke si decide a dire tutto alla moglie e costei diffonde la notizia, che si ritorce ancora su Luke, deriso da tutti i compagni di scuola. Ma non pensate a chissà cosa: in una serie per adolescenti teledipendenti bisognosi di sogni e rassicurazioni, tutto viene opportunamente ridimensionato. Così, ecco l'omofobia secondo The OC: una battuta di un compagno di scuola che si chiede quale sia la serie tv (giusto perché l'adolescente teledipendente capisca) preferita del papà di Luke, Will & Grace o Queer Eye for a Straight Guy? Ecco, come esempio di omofobia - che è una cosa ben più seria, peccato che in The OC nessuno lo dica - non è granché, ma se per l'adolescente che cresce davanti alla tv essere gay oggi significa dover scegliere tra una di queste due serie, ce n'è abbastanza per motivare la militanza per altri decenni ancora.


Luke, dal canto suo, giura di non voler più avere a che fare col padre, ma basta una parola saggia del supereroe di Newport Beach (il padre di Seth, un avvocato) perché tutto si aggiusti magicamente. O quasi: Luke è pur sempre il cattivello, e come ha insegnato fin troppo bene Dawson's Creek, non è bene che il cattivo superi la prima stagione. Alla fine della quale, puntualmente, Luke ha un grave incidente ed esce sostanzialmente di scena.


Ho dimenticato di dire - ma mi sovviene ora che penso alla cricca di Dawson, dove le lacrime servivano da lubrificante (...degli ingranaggi narrativi: omnia munda mundis) - che Luke più volte trattiene a stento i lacrimoni, ma si riscatta come macho affrontando i rivali della squadra di football (ma non a football, bensì a cazzotti, e ne prende tanti). Forse questi qui non avevano visto né Will & GraceQueer Eye for a Straight Guy, e quindi meno fantasiosamente degli altri hanno dato a Luke semplicemente del frocio. E lui non ci ha più visto.

Anche il padre di Luke ovviamente piange e, posto che a qualcuno importi, piange anche la madre di Luke, ma la vediamo giusto per pochi secondi in una sola sequenza: per The OC il fatto che la velatura del padre abbia distrutto questa povera donna non ha nessun peso, conta solo l'affronto fatto alla virilità del figlio Luke. Che poi non si capisce bene se si arrabbia tanto col padre perché è gay o piuttosto perché gli ha tenuto tutto nascosto (il che è ormai un luogo comune narrativo delle storie di coming out, piene di amici e parenti etero che se la prendono a morte perché non sono stati messi al corrente prima: e noi scemi a passare settimane, mesi e anni a studiare il modo più indolore per informarli!).


Alla fine il supereroe (sempre l'avvocato, papà di Seth) elogia il papà di Luke per il coraggio dimostrato nel fare coming out (pare si sia dimenticato il fatto che c'è stato in buona sostanza un outing prima...) di fronte a un paese come Newporth Beach, pieno di pettegoli e di ipocriti (proprio un brutto mondo in cui vivere...).


La storia (del personaggio gay) finisce più o meno qui: in tempi in cui, almeno all'interno di certe forme narrative, parlare di omosessualità è più che normale e le regole per non essere politicamente scorretti sono ormai note e facili da rispettare, assistiamo sempre più spesso a rappresentazioni come questa, un po' incerte sul da farsi, timidine, supportive ma senza esagerare, interessate non tanto ad affrontare seriamente l'argomento quanto a nobilitarsi di finto impegno sfruttando un espediente narrativo sufficiente per costruire senza troppi problemi un'intera puntata (nelle soap il brodo va pur sempre allungato, l'arte è tutta lì: uno dei drammi della puntata precedente era l'incapacità della mamma di Seth di cucinare il tacchino per il Ringraziamento...).


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