Anno dei dodici inverni, L' [2009]. Una checca anni Cinquanta nel mondo del futuro?

Questo romanzo è un (bellissimo) ircocervo, mezzo pesce e mezzo donna, mezzo romanzo di fantascienza (genere che l'autore ha palesemente frequentato, dato che lo cita ripetutamente) e mezzo romanzo tradizionale.

Com'è tipico della cultura italiana, nemmeno qui i due generi riescono ad amalgamarsi armoniosamente trovando un linguaggio comune, anche per colpa dell'orrore con cui i lettori del genere tradizionale guardano alla mésaillance con qualsiasi e plebea "letteratura di genere" (bastino per capirlo le recensioni su Anobii, che quando nominano la fantascienza lo fanno con espressioni decisamente più adatte ai romanzi porno di serie Z!).

Quale che sia la causa del fenomeno, resta il fatto che quando l'autore sposta la manopola sull'indicazione "fantascienza", ovvero nel finale, lo stacco si avverte nettamente.
Non che la cosa sia sgradevole in sé, però sembra quasi di passare da un romanzo a un altro, come diversi recensori prima di me hanno già notato (e in qualche caso anche deprecato).

Ciò non dipende da un'incapacità di scrittura dell'autore, ma proprio dalla difficoltà di giostrare contemporaneamente su questi due registri troppo distanti, difficoltà pari a quella di chi pretendesse di stare a cavallo di due tapis-roulants che viaggiano a velocità molto diversa.
In parole più povere, in Italia ci sono stati finora troppi pochi tentativi di "contaminazione" fra i due generi perché un tentativo quale questo di Avoledo non portasse con sé un retrogusto d'impacciata "sperimentazione".


Dalla letteratura mainstream l'autore ha preso il ritmo leeeeento, la cesellatura dei personaggi e dei loro patemi d'animo, lo squadernamento delle nevrosi affettivo-sessuali non necessariamente gradevoli, l'assenza del lieto fine (quasi obbligatorio in SF), e non ultimo, visto che in Italia non siamo abituati a romanzi di fantascienza che parlino di noi, l'ambientazione italiana. (E infatti, nell'ultimo quarto del libro, quando esplode infine l'elemento fantascientifico, l'azione si sposta bruscamente e senza motivo a Londra. In una letteratura ripiegata sul passato qual è quella mainstream, immaginare l'Italia del futuro risulta ancora improponibile!).

Dalla letteratura di SF l'autore ha preso innanzitutto l'idea centrale del viaggio nel tempo, e poi (ma nella sola sezione d'impronta più fantascientifica) la maggior attenzione concessa a idee e scenari rispetto allo scavo interiore nei personaggi.

A cavallo fra i due generi si colloca invece l'insolito disinteresse con cui avviene il disvelamento immediato dell'idea su cui si regge il romanzo: lo sconosciuto che si presenta alla porta in quel modo è topico della fantascienza, dove o è un alieno camuffato, o (per l'appunto) un viaggiatore temporale, o un compagno dell'io narrante a cui è stata cancellata la memoria. Però di solito la sua identità sarà svelata solo alla fine.

Qui invece, dopo aver dato via gratis subito l'idea centrale, l'autore si prende tutto il tempo del mondo, come nei romanzi mainstream, per cesellare le premesse e le conseguenze della visita di quel particolare essere umano. Con risultati sorprendenti.

Anche la domanda che fa da pilastro a tutto il romanzo (lo strillo in copertina chiede esplicitamente: "Quanto lontano sei disposto a spingerti per salvare un amore?") non è tipica della fantascienza, dato che si focalizza più sui sentimenti e sulle motivazioni che sulle azioni.
Questa domanda è: se vi fosse possibile un unico viaggio nel tempo, lo usereste per salvare dall'autodistruzione la donna che avete amato, anche se farlo comporterebbe la certezza che non vi sareste mai incontrati e amati? Anche se sapeste che, al ritorno dal vostro viaggio, vi trovereste accanto una moglie che non avevate partendo, e una serie di ricordi che prima non esisteva?

Avoledo ha qui aggiunto, attingendo dagli attrezzi del romanzo tradizionale, una ricchezza di sfumature, emozioni, sentimenti, che normalmente nei racconti di viaggi nel tempo è assente.
A tratti questo implica che il ritmo sia eccessivamente lento, fermandosi a un millimetro dal confine con la noia, ma in questo modo l'autore concede al/la suo/a lettore il tempo per fermarsi a riflettere su una marea di dettagli umani e psicologici che nei "normali" racconti di fantascienza non si ha mai il tempo per considerare.

A me è piaciuto immensamente questo anziano scrittore e poeta, provato dalla vita, che torna indietro per veder nascere e crescere la donna che un tempo, ormai perduto nel ricordo e nel... futuro, aveva amato e perduto.
C'è un'atmosfera d'intimità, affetti, sentimenti semplici, che quasi mai trova spazio nei romanzi che dello Spazio e del Tempo han fatto la loro ragion d'essere.

Alla fine della vicenda l'anziano scrittore raccoglierà in un romanzo autobiografico il ricordo del suo grande amore mai esistito, romanzo che chiuderà a chiave e destinerà ad essere pubblicato solo dopo la propria morte.
Ma ha dimenticato, proprio lui!, i viaggi nel tempo, e quando la donna che ha salvato lo leggerà, e riconoscerà alcuni dettagli "segreti" di sé, lo verrà a trovare per un ultimo, malinconico ma bellissimo incontro sul quel che era stato, e su quel che avrebbe solo potuto essere.
Maledettamente malinconico, perfino un pizzico deprimente, ma immensamente bello.


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Il solo punto debole che ho trovato (ed è un difetto non proprio secondario per un romanzo che cresce come un cristallo intorno al nucleo d'un amore capace di andare oltre la Morte) è la trattazione della sessualità.
Quella dell'anziano protagonista con una donna che potrebbe essere sua figlia l'ho trovata un po' morbosa, e non certo per la differenza d'età (non sono una suora), ma per una nota falsa che vi ho percepito, come se gli elementi della fantasia erotica interferissero con l'esperienza umana che l'autore ha trasformato in letteratura.

Aggiungo poi che come omosessuale io ho trovato particolarmente fuori luogo la descrizione, macchiettistica e "vecchia", dell'unico omosessuale presente nella vicenda. Quest'uomo sembra uscito pari pari dal 1955 (ma che razza di gay conosce, Avoledo? Il nonno di Oscar Wilde?).

"Ovviamente", essendo gay, lavora nel campo dello spettacolo, ovviamente è un miscuglio di petulanza, isteria e narcisismo, ovviamente è ricco (come si suol dire, "Un gay povero non è gay, è solo frocio", oh yeah), ovviamente è stato sposato, ovviamente è larvatamente misogino, ma ovviamente (qui nessuno è razzista!) gli si concede anche un gran buon cuore.

La cosa buffa qui è che l'autore s'è sforzato di farne un personaggio positivo, tant'è che fra le cose che il protagonista farà per salvare la donna amata ci sarà un intervento per impedire la morte per malattia di quest'uomo, destinato a diventare nei momenti difficili confidente e sostegno morale della madre della donna amata.
Mi sa però che al di là delle buone intenzioni alla fine Avoledo sia solo riuscito a dirci che "il gay è il migliore amico dell'Uomo"...

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A parte queste défaillances (che ho visto che alcune lettrici anobiane hanno già rilevato per conto loro, sbottando contro lo stereotipo dei salvatori senza macchia e senza paura di fanciulle biondissime, magrissime, giovanissime, bellissime e... velocissime nel darla via) l'atmosfera semi-magica di questo romanzo m'ha pervaso a poco a poco, al punto che per qualche giorno non ho visto l'ora che arrivasse la sera per poterne leggere un altro pezzo.

Io lo raccomando sia ai lettori abituali di fantascienza (fra i quali mi colloco), sia a tutti gli altri: se si sa in anticipo che ci si troverà di fronte a un testo insolito, il senso di straniamento che questo libro provoca sia agli uni che agli altri non risulterà sgradevole, ma anzi sarà un motivo in più per apprezzarlo.
Dopo tutto, chi vuole leggere romanzi scontati (a parte che al momento dell'acquisto, ovvio)?


P.S. Se occorressero paralleli fantascientifici, nonostante Philip K. Dick sia l'autore più citato da Avoledo (al punto che ne fa il profeta involontario d'una religione del futuro), è semmai a Theodore Sturgeon che Avoledo somiglia per la sensibilità.

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