L'omosessualità nel teatro di Tennesse Williams, per cominciare...

28 giugno 2011

Negli ultimi anni è stata pubblicata una grande quantità di materiali intorno a Tennessee Williams, e in particolare i suoi diari e un'ampia scelta delle sue lettere. Sono materiali che consentono di indagare a fondo la vita privata nonché l'opera del drammaturgo, ben al di là di quanto non facesse la versione un po' riaggiustata che egli stesso ne ha dato nelle sue memorie, date alle stampe già nel 1975.

Quella di Paller si presenta però come la prima ricognizione complessiva del rapporto che lega l'omosessualità, la vita e l'opera di Williams, che in qualche caso aggiunge elementi significativi all'interpretazione canonica del lavoro del drammaturgo. Convincente, ad esempio, è la lettura del personaggio di Tom, in Zoo di vetro, come omosessuale, che consente di spiegare i continui riferimenti allusivi alle sue frequentazioni dei cinema cittadini, altrimenti oscuri.

Altre volte, il militante si concede invece sfoghi di scarso rigore che aggiungono poco alla nostra conoscenza del teatro di Williams, preferendo attaccare, lancia in resta, anziché discutere il significato culturale delle posizioni della critica precedente, per miopi che possano essere state. È il caso delle pagine dedicate a una delle opere più complesse e trascurate del repertorio di Williams, Camino real. Sulla base del "semplice" fatto che è stato il primo personaggio esplicitamente gay che abbia calcato le scene di Broadway, Paller fa del Barone di Charlus di Williams il campione di una trascurata militanza in pectore del drammaturgo e liquida tutte le critiche che ha ricevuto. In questo modo trascura però il dato più evidente, e cioè che un conto sarebbe stato creare un personaggio omosessuale originale in un contesto contemporaneo quale quello rappresentato in altre opere di Williams, e un conto è presentare sulla scena un personaggio di altrui invenzione per ciò che esso rappresenta in una ormai canonizzata tradizione letteraria, per di più all'interno di un'allegoria onirica popolata di altri personaggi storico-letterari (fra cui Casanova, Margherita Gautier e Don Chisciotte). Williams non inventa Charlus, si limita a riproporlo così com'è, così come tutti lo conoscono (e infatti, quando poco dopo mette in scena non un personaggio di finzione letteraria, ma un personaggio storico, Lord Byron, si guarda bene dal fare qualsiasi allusione). Né si possono trascurare i problemi posti - al di là dell'eventuale e implicita denuncia sociale - dal fatto che l'unica novità aggiunta da Williams al Charlus proustiano è la sua morte, peraltro immediata e conseguente alla sua attività di battuage.

Ora, questo non significa che l'idea di Williams non abbia alcun valore, interesse o ardimento, dal punto di vista militante. Significa solo che pretendere di screditare chi ha sollevato dubbi sul personaggio semplicemente dicendo che non hanno alcuna ragione di essere, per sostenere il contrario (cioè un enorme atto di coraggio da parte di Williams), non supera le posizioni precedenti e non dà sostanza sufficiente alla controproposta critica perché possa riuscire convincente. Sa piuttosto di sostituzione di una semplificazione con un'altra. Se ambiguità ci sono (e ci sono), lo studioso dovrebbe analizzarle come tali e come tali restituirle, ricostruite o, se del caso, decostruite, ma non banalizzate in favore di un'idea aprioristica dell'autore che si voglia promuovere sullo sfondo di una generalizzata omofobia rispetto alla quale qualsiasi cosa si faccia avrebbe un valore militante intrinseco.

Nel complesso un lavoro di interessante con cui vale la pena confrontarsi, ma un lavoro tutt'altro che definitivo, da cui la ricerca dovrebbe ripartire.

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