Frankenstein, secondo Isherwood e Bachardy

8 agosto 2011

Nei primi anni Settanta Christopher Isherwood e il suo giovane compagno Don Bachardy (che di professione faceva il pittore) si mettono a scrivere, senza prendersi troppo sul serio, una sceneggiatura tratta dal celebre romanzo di Mary Shelley. Ne esce Frankenstein. The True Story, un film per la televisione senza particolare arte ma con qualche punto interessante a suo favore.

Va da sé che il sottotitolo è fuorviante: nessuna versione del romanzo è stata mai tanto libera e delirante, felicemente nella prima parte, meno nella seconda (appesantita da derive magico-esoteriche senza costrutto).

La prima parte è anche quella che i due autori si divertono a caricare di tonalità omosessuali, nel rapporto dello scienziato con la sua creatura. Frankenstein non vuole infatti semplicemente ridare vita a un cadavere qualsiasi, rappezzato alla meno peggio, ma vuole mettere insieme un giovanotto piacente, perfettamente proporzionato, che possa sfilare nella bella società. «A perfect Man. Our Adam», dice al cadavere del suo maestro (morto nel frattempo con onore sul campo). E di fronte alla creatura finalmente animata, che gli si presenta nella sua prestanza (sostanzialmente in mutande), esclama anzitutto: «You are beautiful!». «Beautiful» è la prima parola che la creatura narcisista impara e ripete, credendo di chiamarsi così. Victor e Beautiful fanno poi persino il loro debutto in società, dal momento che il primo vuole fare del secondo «the greatest dandy in town».

Più che dal potere divino di dare la vita, Victor sembra ossessionato da questioni estetiche, specificamente legate alla bellezza maschile. E infatti, soddisfatto della sua creazione, se la porta a casa, divide con lei il suo appartamentino, la tiene gelosamente sottochiave. Soprattutto, non riesce a sopportarne la vicinanza quando inizia a decadere (fuor di metafora, a invecchiare).

È facile intuire che Isherwood e Bachardy hanno usato questo singolare esperimento di sceneggiatura per una privata sublimazione di certe tensioni della loro intensa relazione, resa difficile dai trent'anni di distanza che li separavano (e all'epoca Isherwood andava per la settantina), nonché dal ruolo di Pigmalione che inevitabilmente lo scrittore aveva finito con l'esercitare sul giovane Don, perennemente angosciato dalla necessità di essere all'altezza di tanto compagno e dei suoi esigenti amici intellettuali.

Nel cast non mancano i nomi illustri, ma nessuno offre prestazioni memorabili: a dispetto della loro arte sublime, per una volta sia James Mason sia John Gielgud appaiono dimenticabili. Evidentemente il film (pur sempre televisivo) soffre della mancanza di un regista di nerbo.

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