Un uomo solo

14 agosto 2011

La notizia che Ford si volesse mettere dietro una macchina da presa aveva creato una certa apprensione, sebbene in un mondo in cui tutti scrivono e nessuno legge, in cui tutti girano e nessuno va più al cinema, la notizia non mi sembrasse tanto preoccupante. Semmai, a lasciare perplessi era il fatto che per il suo esordio Ford avesse sparato tanto alto, scegliendo nientemeno che il romanzo più sottile e intenso di Isherwood. Immaginate Dolce e Gabbana che volessero girare Amado mio, o Yves Saint Laurent che annunciasse l'ennesima versione della Recherche di Proust. Anche in un mondo in cui tutti scrivono e nessuno legge, in cui tutti girano e nessuno va più al cinema, questo darebbe da pensare.

In realtà, il lavoro di Ford, a parte qualche lungaggine e una certa monotonia, non è disprezzabile: si prende la sua necessaria dose di libertà rispetto all'originale, inventando personaggi e situazioni (come l'incontro con la marchetta cubana), e riproduce fedelmente quel poco che poteva essere riprodotto fedelmente (efficace è ad esempio la breve folgorazione per i due tennisti).

Il problema, con un romanzo come Un uomo solo, non è tenere insieme il racconto, bensì trovare il modo di non depauperarne la ricchezza psicologica, legata non solo all'arte di uno scrittore raffinato, ma anche all'umanità dolente e ironica di un autore di rara sensibilità. Il romanzo è costituito infatti in buona parte dalle meditazioni del protagonista sull'uomo, sulla politica, sulla militanza, sul lavoro.

La macchina da presa di Ford è troppo fredda e impacciata per evitare il rischio: Colin Firth, scelta di casting quanto mai felice, non basta a rimediare e non è sempre efficace l'espediente di trasferire alcune osservazioni dalla voce mentale di George a un dialogo. Le riflessioni sulla relazione con Jim, legate nel romanzo alle meditazioni su quella forma sottile di omofobia che è l'esibizione di tolleranza riscontrata nel vicinato, nel film vengono ad esempio spostate in uno scontro verbale con l'amica Charley. Tentativo onesto, ma poco efficace, che cambia la prospettiva delle osservazioni del protagonista.

Ma Ford trasforma soprattutto il giovane Kenny. Non diversamente da quanto era accaduto quarant'anni fa al Tadzio di Mann ripensato da Visconti, Kenny trascolora infatti da ragazzino timido e reticente in un'esperta e maliziosa marchetta. Tanto il Kenny di Isherwood è ambivalente, distaccato, lasciato all'interpretazione di George, tanto quello di Ford è esplicitamente provocante: indaga per scoprire l'indirizzo del suo professore; si apposta fuori dalla sua casa; lo osserva, lo segue; si preoccupa addirittura per la sua salute ben prima che persino lo spettatore abbia compreso che ha un problema; infine si offre senza equivoci piantandosi nudo di fronte a George e aspettando solo di essere assalito. Non che questi aspetti da divertente fantasia pornografica, quale può concepirla un eromenos di mezza età, non abbiano alcuna relazione con la pagina del romanzo, ma si limitano ad esasperarne il fondo, su cui Isherwood elaborava con sincerità e trasparenza riflessioni molto più sofisticate. Ford forza tutto in una direzione univoca, sfruttando senza troppe remore le grazie del giovane Nicholas Hoult.

In fondo, il mondo in cui molti leggevano e andavano al cinema e pochi scrivevano e giravano film aveva i suoi pregi.

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