Adamo

27 febbraio 2012

Adamo è una commedia a tratti ancora divertente da leggere, per quanto sia irrimediabilmente segnata dallo sguardo conservatore del suo autore. Non sorprende tanto la discrezione con cui Achard, ancora a metà degli anni Trenta nella patria di Proust e Gide, tratta l'amore tra Ugo e Massimo (evocato con un certo riserbo e avendo cura di non mostrare mai i due sulla scena insieme), quanto il fermo perbenismo che connota la conclusione, nonché i protagonisti.

Ugo, in particolare, convoglia alcuni tratti caratteristici e stereotipati dei personaggi omosessuali di quegli anni, quali il cinismo, l'algido intellettualismo e la misoginia. «Potresti veder piangere una donna?», gli chiede Caterina, e Ugo risponde spavaldo: «Oh! Benissimo. Molto a lungo. E con piacere, anche».

Nella parte finale emerge invece, tramite il personaggio di Caterina, la sottostima dell'affetto tra uomini e una palese squalifica dell'atto sessuale in quanto tale. È solo quando scopre che Massimo ha passato la notte con Ugo che Caterina decide di troncare con lui, sancendo l'irrecuperabilità del loro rapporto, sul quale prima si era mostrata possibilista. E alla fine, dal confronto fra Caterina e Ugo esce vincitrice la prima (che pure ha causato la morte di Massimo . Quando Ugo si chiede cosa mancasse ad Massimo lei risponde: «Forse soltanto il mio amore. L'amore di una donna, Ugo, di qualsiasi donna. Un amore come il mio; uno forse non riesce più a farne a meno quando lo ha perduto per colpa sua». «Era una felicità banale, certo. Non potete capirla, voialtri. Avete bisogno di rimorsi, di disordine, di paura. Soltanto, la vostra felicità somiglia tanto all'infelicità che Massimo non l'ha voluta», afferma ancora Caterina, e cosa intenda con "voialtri" lo chiarisce il successivo scambio di battute: «(con esaltazione) Fortunatamente voi non amate la felicità. Fortunatamente voi siete dannati. Ed è giusto. È giusto».

Nonostante dunque la commedia a tutto sembri prestarsi tranne che a un sovvertimento della morale consolidata, la prima romana, tenutasi al teatro Quirino il 30 ottobre 1945 con la firma di Luchino Visconti, si traduce in una bagarre, con sollevazioni del pubblico e scontri fra conservatori che insultano e - scrivono i giornali dell'epoca - gli omosessuali che replicano con foga. Lo stesso accade a Milano.

Visconti approfitta insomma del breve vuoto censorio seguito alla caduta del regime per allestire un'opera con l'intento esplicito di scandalizzare il pubblico borghese anestetizzato da un ventennio di censure. Nulla poteva assolvere meglio allo scopo del tema dell'omosessualità, a lui caro come dimostrava già Ossessione, e ostico al fascismo quanto lo sarebbe stato subito dopo alla censura democristiana. È probabilmente questa la prima occasione offerta agli omosessuali italiani del dopoguerra, quasi trent'anni prima della fondazione del FUORI, di manifestare la propria esistenza in modo collettivo e con un movente politico quantomeno implicito, sia pure in forma estemporanea.

Un'opera modesta, dunque, ma che ha svolto suo malgrado un suo ruolo nella nostra (nostra di omosessuali italiani) storia culturale.

Per chi volesse approfondire, rimando al mio libro Poetica e prassi della trasgressione in Luchino Visconti. 1935-1962.

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