Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno

6 marzo 2017

Romanzo di formazione (e di deflorazione) di un bebè over-30: riuscirà il Signorino Fernando – un lattonzolo feticista e sessualmente inibito – ad affrancarsi dalle cure morbose della madre vedova, la Contessa Mafalda? Questo è, a grandi linee, il soggetto di Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno, una delle commedie più sinistre dirette da Luciano Salce.

L'inquietudine che esso emana non deriva però soltanto dalla tematica edipica che, lungi dall'essere trattata in modo allusivo, è buttata sul sadomaso. È piuttosto l'utilizzo estremo e maligno della comicità ad annerire l'anima del film. Paolo Villaggio attribuisce al suo Signorino Fernando, detto Didino, una disperazione impotente degna dei momenti più estremi del suo (imminente) tragico Fantozzi. Ma dietro questa disperazione si cela – come in Fantozzi – un brutale spirito revanchista, che però, dopo exploit brevi ma intensi, viene represso rigorosamente.

La gag più riuscita è la più cinica, quella in cui Didino induce un gruppo di straccioni a mangiare dei supplì riempiti con sassi, illudendoli che in uno di essi si trovi lo smeraldo che ha sottratto alla madre Mafalda (Lila Kedrova). Lo stesso smeraldo viene utilizzato a più riprese da Didino per ricattare l'asfissiante genitrice, così da estorcerle quelle libertà che ella gli nega con appiccicosa cocciutaggine.

Gli unici spazi che restano a Didino per cercare la gratificazione sessuale sono i cinema di provincia e la camera da letto, in cui è riuscito a contrabbandare una collezione di bambole gonfiabili. Ma l'influenza della madre lo raggiunge ovunque... e, in almeno un caso, è meglio così, visto che in uno dei suddetti cinema viene puntato da un sorridente e azzimato omosessuale occhialuto, evidentemente in cerca di compagnia.

Lo stesso Didino viene identificato come omosessuale dal tonante zio Alberto (Antonino Faà di Bruno, il futuro Duca Conte Semenzara de Il secondo tragico Fantozzi). Costui – in nome delle sue mal digerite letture freudiane – lo esorta a superare le proprie fisime e a liberare la propria sessualità tra le braccia di un uomo. Quest'idea non del tutto peregrina viene però resa meno appetibile agli occhi già increduli di Didino dalla mancanza di delicatezza dello zio Alberto, il quale comincia ad apostrofare il nipote con il poco discreto epiteto “culattina”.

L'occasione per un'iniziazione in tal senso viene offerta dall'incontro di Didino con un vecchio compagno di scuola, tale Gianluca (Guido Cerniglia), uno pseudo-archeologo misogino dalla parlantina reboante che si porta sempre appresso Andrea (Carmine Ferrara), un fusto meridionale un po' lento di comprendonio. Che tipo di dinamica intercorra tra i due appare chiaro quando Gianluca sgrida Andrea per aver ordinato un gelato al bar («E poi ti lamenti se ingrassi sui fianchi!»)... trattasi dunque di una coppia, il che è abbastanza sensazionale per un film di genere italiano pre-Vizietto!

Comunque di lì a poco si intuisce che questi due non osservano strettamente la monogamia: equivocando a loro volta sulle tendenze di Didino, tentano di instillargli pensieri sessuali mostrandogli un monumentale fallo etrusco trovato durante uno scavo. Credendo di aver raggiunto lo scopo prefissato, Gianluca comincia a spintonarlo assieme ad Andrea ricordando di quando a scuola lui e Didino giocavano a “John Wayne contro Penna Bianca”. Il povero etero incompreso si ritrova così a braghe calate, mentre Gianluca minaccia giocosamente «Io sono Penna Bianca, e adesso ti farò subire l'estremo...».

Didino fugge più veloce della luce, sporcandosi le natiche di fango, e finisce per incontrare lo zio: «Ma che stai facendo?» «Niente, stavo giocando con due miei amici» «Oh, finalmente hai dato libero sfogo ai tuoi istinti, perché tu sei un culattina!». Il dettaglio delle natiche inzaccherate contribuisce a rendere ancor più sgradevole questa situazione, che comunque è in tono con il resto del film, in cui la comicità ha spesso e volentieri un sapore insolitamente aspro. Allo stesso modo è significativo che i due gay (non tipicamente checche) trasferiscano la propria sessualità in un gioco infantile, quasi a fare da pendant col mancato sviluppo erotico del misero Didino.

Insomma, questa caratterizzazione dimostra una certa accuratezza da parte degli sceneggiatori (almeno nello sbertucciare Freud), ma tra i film di Salce non è di certo la più benevola, per quanto resti – in negativo – una delle più memorabili.

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