"Bionda fragola", un interessante flop all'ombra de "Il vizietto"

11 ottobre 2018

Nel 1980, lo stesso anno in cui viene distribuito Il vizietto II, esce nelle sale italiane – col divieto di visione ai minori di quattordici anni – anche il film Bionda fragola, diretto da Mino Bellei, autore e interprete dell’omonima commedia teatrale, scritta nel 1976, che l’anno precedente (complice il successo de Il vizietto) aveva riscosso un grande favore presso il pubblico, approfittando di un periodo particolarmente propizio in cui il teatro italiano stava scoprendo il potenziale artistico insito nella rappresentazione dell’omosessualità con spettacoli come Oh, gay! e Senza trucco tutta in nero.

La trama della versione cinematografica (sceneggiata dallo stesso Bellei e da Sandro Parenzo) ricalca abbastanza fedelmente quella della commedia teatrale, aggiungendo qualche personaggio di contorno. In breve: Domenico Condò (Mino Bellei) e Antonio Maturo (Umberto Orsini) – due omosessuali quarantenni e nevrotici, fidanzati e conviventi da una decina d’anni – decidono di iniziare un ménage à trois con tale Adriano (Gianni Felici), un giovane attore di mezza tacca amante di Antonio; le cose si complicano quando Domenico, il quale inizialmente si sentiva escluso dagli altri due e provava astio nei confronti di Adriano, comincia a provare un certo trasporto nei suoi confronti.

Come nel caso di Albin e Renato ne Il vizietto, la coppia di Bionda fragola vive in uno stato di crisi permanente, dietro la quale si cela però un’implicita complicità: Domenico è convinto che Antonio sia patologicamente ingenuo ed escogita ai suoi danni delle burle e delle macchinazioni, prima per scongiurare l’avvento del suo amante Adriano (che Domenico scopre con orrore essere bisessuale) e poi per tenere quest’ultimo tutto per sé; Antonio finge ogni volta di essersi lasciato ingannare per permettere all’altro di crogiolarsi nelle sue certezze di superiorità intellettuale, salvo poi svelare – a pochi minuti dal finale – di essere al corrente di tutto.

Rispetto a Renato e Albin de Il vizietto, i personaggi principali di Bionda fragola danno meno nell’occhio: Mino Bellei, nelle indicazioni poste in apertura all’edizione della drammaturgia, afferma che la commedia necessiti di interpreti «assolutamente “sobri” e “fisicamente” insospettabili», benché nel testo il suo stesso personaggio, Domenico, non disdegni di apparire in vestaglia e bigodini. Domenico e Antonio inoltre sono molto meno ruolizzati nella loro relazione di coppia rispetto ai “coniugi” de Il vizietto: il loro rapporto non ha niente a che fare con le dinamiche matrimoniali che regolano il legame tra il “marito” Renato e la “moglie” Albin. Le disparità tra Domenico e Antonio sono limitate all’aspetto economico della loro relazione: Domenico, che lavora come farmacista, è più ricco del bancario Antonio, e non manca mai di rinfacciarglielo.

Un’altra differenza rispetto alla coppia de Il vizietto risiede nella messa in discussione della monogamia in Bionda fragola: nel finale Domenico e Antonio appaiono determinati a tenere in vita il loro rapporto come struttura formale basata sull’intesa e sull’aiuto reciproco (Antonio è molto affezionato alla famiglia di Domenico, che al contrario odia i genitori); ciononostante Domenico, che sulle prime aveva biasimato le tendenze libertine del partner, sembra non solo ansioso di continuare in separata sede il rapporto con Adriano, dopo che questi e Antonio hanno perso interesse l’uno per l’altro, ma – a differenza di quello che accadeva nel finale della commedia teatrale – flirta persino con un vicino appena arrivato. I due appaiono quindi più attaccati alla dimensione sessuale di quanto non fossero Renato e Albin, eppure – a differenza di questi ultimi – dormono in letti separati, e persino Antonio e Adriano, quando inizialmente “espellono” Domenico dalla camera da letto, dormono sugli stessi lettini singoli.

Un fattore che invece accomuna Domenico e Antonio a Renato e (soprattutto) ad Albin è il loro atteggiamento sul filo dell’isteria e della nevrosi: entrambi frequentano uno psicoanalista (Renato Scarpa) che arriva a suicidarsi per il sovraccarico di confidenze dei due, cui si sommano anche quelle del nuovo arrivato, Adriano.

Domenico è caratterizzato come un cinefilo all’ennesima potenza, che – preda di un costante bovarismo – riconduce ogni situazione della sua vita di coppia a film hollywoodiani (preferibilmente con Rita Hayworth); è anche presentato come un manipolatore e un attaccabrighe, mentre Antonio invece è particolarmente vanitoso, dipendente dal make-up e caratterialmente debole, tanto che lo stesso Adriano finisce per preferirgli Domenico che – a suo dire – ha più personalità e spirito.

Domenico, benché appaia totalmente conciliato con la propria omosessualità (definisce se stesso e i propri partner come «uomini – si fa per dire»), riconduce ripetutamente le sue tendenze a una situazione familiare fuori dalla norma, con un padre arteriosclerotico e una madre in odore di ninfomania che da piccolo lo abbandonava al cinema assieme al gemello Paolo; quando quest’ultimo (interpretato dallo stesso Bellei) si palesa, appare vestito come una donna altoborghese di mezza età e si comporta come un’efficientissima dama di carità, suggerendo addirittura la propria intenzione di cambiare sesso a Casablanca.

Come Renato e Albin, anche se con meno sfarzo, Domenico e Antonio vivono in un microcosmo di benessere economico in cui l’omosessualità non desta disapprovazione né interesse morboso; nel loro condominio romano abitano peraltro tre obesi manierati e sarcastici, omosessuali a loro volta, soprannominati “le toscanelle” (assenti, come anche lo psicoanalista, nella versione teatrale), che ascoltano divertiti e maliziosi le liti della coppia. Come nel primo capitolo della saga de Il vizietto, una delle poche escursioni al di fuori di questo microcosmo protetto rischia di tradursi in un’aggressione omofoba nel momento in cui il gemello di Domenico, Paolo, irrompe nella palestra dove Antonio si sta allenando, suscitando prima la curiosità poi la collera degli astanti sostenendo che in ogni luogo di raduno tra uomini – e quindi anche nella palestra stessa – si celi un 21% di omosessuali.

Nonostante l’entusiasmo del co-protagonista Umberto Orsini («Questo film […] può essere per me un’occasione come Divorzio all’italiana e I soliti ignoti lo sono stati per Mastroianni e Gassman») e i buoni auspici della stampa, il film non riesce affatto a replicare il successo della versione teatrale. Il perché è presto detto: come regista cinematografico, Bellei non dimostra un particolare polso né senso dello spazio e quindi la ridondanza di parecchie battute (in astratto anche divertenti) si fa sentire in tutto il suo peso. Al netto dell'originalità di certe sfumature del ritratto della coppia Domenico-Antonio, tocca dare ragione al velenifero duo di critici legati al movimento gay Lancini e Sangalli, i quali, l'anno dopo l'uscita di Bionda fragola, diedero alle stampe La gaia musa, pedante saggio sulla rappresentazione dell'omosessualità nel cinema italiano e non, in cui si fustigavano (con un'implacabilità e uno snobismo giustificabili solo collocando il libro nel suo contesto storico) film fondamentali come Splendori e miserie di Madame Royale e anche lo stesso Vizietto.

Qui i due incontentabili attivisti dalla stroncatura facile scrivono (purtroppo non a sproposito): «L’impianto del film è esageratamente teatrale e a volte si ha la sensazione di un bisogno d’aria non solo metaforico. Mino Bellei e Umberto Orsini si prodigano come meglio possono per tenere in piedi la baracca fino all’epilogo, ed è Orsini a uscirne vincitore, dipingendo un Antonio credibile e azzeccato. Bellei, come tutte le primedonne, ha la tendenza all’esagerazione». Severi ma – una volta tanto – giusti.

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