Edmund White, Scene da un matrimonio gay.

17 settembre 2004, La Stampa, 23 aprile 2001.

Parigi, fine anni Ottanta.

Austin è un cinquantenne professore universitario americano. Si trova in Europa per scrivere un importante saggio sul mobilio francese del diciottesimo secolo. Vive in un «delizioso» appartamento sull'Ile-Saint-Louis, uno dei posti più chic della capitale. Frequenta vecchi amici gay americani molto ricchi, o intellettuali francesi un po’ bohème, ma che fanno mestieri interessanti. Viaggia molto, passa il tempo a telefonare (non si capisce bene quando lavori al suo saggio) e frequenta una palestra.

Lì incontra Julien. Di venti anni più giovane di lui, architetto, molto vecchia Francia, pateticamente alla rincorsa di una insistente aristocrazia familiare, spesso vestito di lino perché è un «materiale nobile», bugiardo, Julien è sposato con Christine: ma sta divorziando, ma stanno ancora insieme, ma non la sopporta più perché è ingrassata.

E’ lui L’uomo sposato che dà il titolo all'ultimo romanzo di Edmund White, pubblicato l'anno scorso in America e Inghilterra e ora in uscita da Baldini & Castoldi.

Perché mai ci si dovrebbe appassionare alla storia d’amore di due personaggi così snob?

Per esempio perché quello fra Austin e Julien è il sincero ritratto di un matrimonio gay, un rapporto di coppia dove, come spesso accade, molte cose restano non dette, sono rimosse.

O ancora perché Austin, sieropositivo da molti anni, ma di salute invidiabile, rappresenta la faccia sincera, diretta, fattuale dell'America; Julien, il cui passato sessuale rimane poco chiaro, non vuole fare il test dell'Aids, (non crede al circo mediatico che si è sviluppato intorno alla malattia ma è malato), incarna una Europa latina ancora impigliata in mille pregiudizi e ripiegata su se stessa.

Soprattutto perché Edmund White è un grande narratore, perennemente in equilibrio fra ironia e partecipazione.

Basta il clima tragico e ossessivo della pagine finali, in Marocco, fra alberghi di lusso, strade polverose, caldo insopportabile e un lurido ospedale dove Julien muore di Aids, per fare dell'Uomo sposato un romanzo avvincente. Che viene a completare, per ora, una complessa saga autobiografica.

Con Il giovane americano, La bella stanza è vuota, La sinfonia dell'addio, White ha realizzato una autentica «Recherche» gay, un monumento proustiano alla vita omosessuale americana dagli anni Cinquanta in avanti: il primo e il terzo libro sono già stati ripubblicati da Baldini nei Nani, il secondo, tradotto anni fa da Einaudi, forse seguirà.

Anche se i detrattori dello scrittore, in particolare a proposito dell'Uomo sposato, sostengono che non è sufficiente avere un indirizzo a Parigi e buona memoria per diventare il nuovo Proust, è vero che White ha saputo rievocare in un possente e complesso affresco la vita gay, dalla propria gioventù agli scatenati anni Settanta, sino alla piaga, l'Aids, riuscendo costantemente ad afferrate lo spirito del tempo, descrivendo modi di vita, abitudini sociali e sessuali.

Rifletteva White stesso nella Sinfonia dell'addio: «Gli eterosessuali non volevano sapere nulla della intricata topografia domestica di Sodoma; preferivano disegnare una grande X sull'intero paese». È proprio al paese di Sodoma che invece White ha dedicato con questi romanzi (per tralasciare gli altri suoi libri) un lavoro di mappatura in cui cinque decenni della storia gay americana sono visti attraverso l'occhio di un intellettuale raffinato che talora rasenta l'esibizionismo nel descrivere le proprie frequentazioni mondane.

In fondo in questo sta la sua grandezza: nella sincerità. Nel raccontarsi apertamente mescolando alto e basso, nomi altisonanti e sesso, Venezia, le terrazze romane e i localacci del Greenwich Village. Ed è sempre totalmente sincero, White. Lo riprova l'autobiografia del nipote. Chi ha letto La sinfonia dell'addio ricorderà Gabriel, il nipote disadattato, figlio della sorella, che a metà anni Settanta gli piomba in casa: un problema di convivenza fra un ragazzino etero e uno zio adulto, gay e scatenato.

Quel ragazzino in realtà si chiama Keith Fleming e nella recente autobiografia The Boy with the Thorn on his Side racconta non solo come lo zio sia riuscito a liberarlo dal circolo vizioso di psichiatri, collegi, case di rieducazione (ricorrendo a cure per l'acne, belle camicie, Stendhal e Berlioz invece di sedute dallo psicoterapeuta) ma è anche testimone di quella folla di amanti, amici, ammiratori, intellettuali e celebrità che girava intorno a White: «Mi sentivo come l'ospite di un talk show televisivo».

Memoria e autobiografia restano i pilastri anche dell'Uomo sposato.

Per quanto scritto in terza persona, il romanzo rispecchia il periodo francese dello scrittore americano, quando lasciati gli Stati Uniti si è trasferito a Parigi, ha avuto come amante Hubert Sorin, architetto e sposato, di cui Julien è controfigura, e con il quale ha compiuto un tragico e finale viaggio in Marocco.

Le pagine che raccontano quei terribili giorni marocchini con Sorin sono descritte dal biografo Stephen Barber in Edmund White, The Burning World, e sono altrettanto toccanti e commoventi.

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