Vita di Federico II

17 ottobre 2004

Questo ricordo estratto dalle Memorie (il cui testo francese è online integralmente), relativo al soggiorno di Voltaire presso la Corte di Federico II di Prussia nel 1753-1756, fu scritto nel 1759-1760, cioè mentre la Francia era in guerra (e non brillantemente) con la Prussia. Non può quindi che risentire di questo clima.

Voltaire sa cesellare con finezza ciò che dice usando al meglio lo stile, misto d'ironia e garbo, tipico del suo tempo, ma Federico II è pur sempre un nemico (per quanto ex-amico), e quindi è lecito, anzi patriottico, sparlarne.

Ecco allora in queste poche pagine una gragnuola di pettegolezzi e malignità relative ai gusti omosessuali del sovrano nemico, che vengono spiattellati senza quella reticenza che di solito i letterati usano quando parlano dei potenti. A meno che non siano nemici, appunto.

[Nota: ho pubblicato online il testo francese e la traduzione italiana dei brani sotto citati]



Si veda quanto detto alle pagine:

  • 9: il re di Prussia non ama i grandi, bensì i begli uomini;

  • 10-11: Voltaire inizia (senza però mai alludere a possibili intimità) a narrare l'episodio della condanna a morte dell'amico e probabilmente amante di Federico II, von Katte (che Voltaire chiama "Katt"), interrompendola per una dogressione.
    Da ragazzo, non avendo ancora capito che "la sua vocazione non era per il bel sesso" Federico s'innamorò d'una ragazza di bassa condizione (anzi, "credette" di esserne innamorato). Suo padre lo fece perciò arrestare, e lo confinò dandogli come unico servitore un soldato, che essendo un bell'uomo lo servì... in molti modi, e fece per questo una folgorante carriera. [Si chiamava Fredesdorf e divenne maggiorndomo].

  • 31: al mattino, dopo la vestizione, Federico II faceva venire due o tre favoriti, scelti fra i soldati e i paggi più belli, e colui a cui gettava il fazzoletto doveva intrattenersi una decina di minuti con lui.
    Con perfidia somma, Voltaire esclude però "arrivassero alle estreme conseguenze", ma solo perché afferma che i postumi di malattie contratte durante le sue "scappatelle amorose di ragazzo", e mal curate, gli impedivano "le parti di primo piano", per cui doveva limitarsi a "divertimenti da scolaretti" (cioè la masturbazione reciproca).

  • 32: Federico cenava in una saletta in cui aveva fatto dipingere amorini "che si sollazzavano come Encolpio e Gitone", cioè con amori omosessuali;

  • 33: nella reggia non entravano mai né donne né preti;

  • 34-35: Federico era contraddittorio: da un lato "paggi coi quali era lecito divertirsi nell'intimità delle camere da letto", dall'altro una disciplina severissima. E non favoriva mai i suoi ex-amanti.

  • 45: nel descrivere (certo per giustificarsi) come Federico lo avesse "sedotto" con lusinghe, complimenti e preghiere, Voltaire usa ironicamente tutta la terminologia della seduzione amorosa, per poi malignare: "Il re era abituato a delle dimostrazioni di tenerezza con dei favoriti più giovani di me, e dimenticando per un attimo che io non ero dell'età di quelli e non avevo la mano bella, me la prese per baciarla";

  • 69: di fronte alle vittorie militari di Federico II passano in secondo piano i suoi difetti, "perfino i suoi peccati contro il sesso gentile".

  • 78: Voltaire riproduce una poesia del duca di Choiseul contro il sovrano nemico, che ne condanna gli sforzi letterari, affermando che non può parlare d'amore chi non lo conobbe se non fra le braccia dei suoi soldati.


Un discorso a parte merita il lungo saggio introduttivo di Alberto Savinio (pp. IX-XLIII), edito in origine nel 1945. Non dubito che la ripubblicazione di questo bizzarro testo sia dovuta alla firma di cotanto introduttore, ma forse oggi avremmo potuto permetterci qualcosa di più aggiornato e sensato di tale delirio.

Che è particolarmente offensivo proprio laddove tocca (e la tocca a lungo: si veda alle pp. XXXI-XXXIII, XXXV, XXXVI-XXXVIII) la questione dell'omosessualità. Anzi, dell'"ermafroditismo", tema che ossessiona Savinio anche nella sua opera pittorica e letteraria.

Perché per Savinio, suddito di un'Italia appena uscita dal fascismo e rimasta quindi congelata per vent'anni, omosessualità è ancora intersessualismo, cioè condizione fisiologica intermedia fra maschile e femminile, così come era vista a fine Ottocento. Eppure di lì a poco sarebbe iniziata la trionfale penetrazione della concezione psicoanalitica, che avrebbe spazzato via in un batter d'occhio questo obsoleto punto di vista.

Savinio, ghiribizzando sul fatto che l'ermafroditismo, in quanto esoterica completezza di maschile e femminile, è uno stato cui aspira la civiltà, riesce a dare senza farsi troppo notare (e biasimare) dell'omosessuale non solo a Federico II, ma anche a Voltaire.

Direi che le sue tesi sono talmente bizzarre da non costituire neppure un documento storico del pensiero del 1945: al massimo un documento dell'ossessione di Savinio per l'ermafroditismo.

Completano il libro una lunga cronologia dei tempi di Voltaire e Federico II e una corposa quanto utile bibliografia di e su Voltaire e Federico II (pp. XLV-LXXXI).

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