Una casa alla fine del mondo

22 dicembre 2004, "Pride", n. 66, dicembre 2004

Cominciamo col dire che chi va a vedere Una casa alla fine del mondo perché ha letto che le proiezioni preliminari americane hanno creato imbarazzo in molti a causa della spropositata grandezza del membro di Colin Farrell in una scena di nudo frontale non vedrà niente di simile. La scena incriminata è stata infatti tagliata per …non turbare nessuno. Così nel film il massimo che ci è concesso è una visione (peraltro apprezzabilissima) dell’attore irlandese da tergo. Stando alle dichiarazioni, bisognerà aspettare il dvd per vedere finalmente questo fatidico nudo (in un’intervista, il regista ha alluso anche ad un’erezione). Certo è momento incredibile per Farrell, al centro delle polemiche anche per le scene gay troppo spinte in Alexander di Oliver Stone, che stanno procurando litigi fra il regista e la produzione e che forse porterà ad uno slittamento dell’uscita del film sugli schermi americani, prevista per gennaio.

Queste voci sono state però sicuramente una buona pubblicità per il film diretto dal regista teatrale Michael Mayer, alla sua prima esperienza filmica, e prodotto da Tom Hulce (l’attore di Amadeus) e da Christine Vauchon, alla quale si devono molti ottimi film a tematica gay (come Lontano dal paradiso). Tratto da un bel romanzo di Michael Cunningham del 1990 e sceneggiato dallo stesso scrittore, il film non è malvagio ma delude un po’ le aspettative.

La vicenda inizia nel 1967 a Cleveland, quando l’adolescente Bobby perde tragicamente il fratello maggiore, che gli stava insegnando la filosofia love and peace, e dopo di lui il resto della famiglia. Va dunque a vivere presso la famiglia del coetaneo Jonathan; là trova la sicurezza di cui ha bisogno, mentre Jonathan e la madre Alice (l’ottima Sissy Spacek) trovano in lui un po’ di sana trasgressione. I due ragazzi hanno anche esperienze erotiche tra di loro, che riveleranno a Jonathan la propria omosessualità, mentre Bobby da adulto esprimerà l’amore verso l’amico in maniera più platonica, al massimo con un bacio.

La scena si sposta poi nella New York degli anni Ottanta, dove Bobby (Colin Farrell) raggiunge Jonathan (Dallas Roberts). Questi, in continua ricerca di esperienze erotiche occasionali, vive in simbiosi con l’eccentrica Clare (Robin Wright Penn), che è per lui molto più dell’amica del cuore. In breve, Bobby e Clare si mettono assieme e fanno un figlio. Il colpo per Jonathan è forte, si sente tradito ed escluso: ma poi accetta di vivere in un rapporto a tre. Andati a vivere in una casa isolata, per un po’ i tre vivono in serenità; ma poi, alla fine, i due amici rimangono soli, con Jonathan consumato dall’Aids.

Il film non raggiunge certo il livello del romanzo, nel quale i rapporti fra i protagonisti sono più intensi e studiati. Il taglio appare poco originale, salvato solo da alcuni rari momenti emozionalmente forti. Al di là degli ottimi attori, bravissimi nel gioco di sguardi, la cosa migliore è la superba colonna sonora (tra gli altri, Patti Smith, Leonard Cohen e Dusty Springfield) che accompagna sapientemente le situazioni. Bella è anche la rievocazione un po’ nostalgica degli anni Ottanta e di come venivano vissuti allora temi fondamentali come la famiglia, l’amore, l’amicizia, l’omosessualità e la ricerca della felicità. Così appare chiaro come in quegli anni si stesse dilatando il concetto di famiglia, pronto a riconoscersi in qualsiasi altra struttura dove vi sia amore. L’omosessualità è vista con naturalezza e affetto (e bene ha fatto il regista a non insistere su aspetti strappalacrime dell’Aids), ma senza scene particolari (tranne quella del sesso fra i due adolescenti, ben girata quanto delicata). E si può stare certi che il film rimarrà famoso – al di là se la scena incriminata esista veramente o no – per l’interpretazione di Farrell, destinato a diventare un’icona gay.
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