Blue

8 febbraio 2005, "Babilonia", n.230, aprile 2004

Il 20 febbraio del 1994 moriva Derek Jarman. A distanza di dieci anni Jarman è diventato un prezioso regista di culto, oltre che un punto di riferimento della cultura gay. Mentre Londra lo scorso febbraio lo ha ricordato con un documentario su di lui inedito ee un concerto di Simon Fisher Turner, in Italia il Festival di Torino gli dedicherò un omaggio e la presenza di Leonardo Treviglio, l’interprete di Sebastiane. Nel frattempo, ormai da anni, nel mercato home video la RaroVideo e la e-mik (ora diventata Dolmen) stanno poco alla volta proponendo tutte le sue opere, a cominciare dalle cinque che a suo tempo uscirono nelle sale. Proprio la Dolmen propone in DVD, in edizione sia italiana che inglese – assieme a The Angelic Conversation, Caravaggio e Edoardo IIBlue, il suo ultimo film con cui vogliamo ricordare il grande regista militante.

Blue è un caso limite del cinema, di un’audacia estrema, oltre la quale non è francamente pensabile andare. Per tutta la durata del film lo schermo è imperturbabilmente, fissamente blu, un blu omogeneo di una tonalità ricercata espressamente dal regista. Per 76 minuti lo schermo è solo, monocordemente blu – di un blu intenso e pieno, come un cielo al crepuscolo – senza che niente, al di là del pulviscolo che si dibatte senza requie nel fascio di luce del proiettore, possa distrarre lo spettatore. Il compito della narrazione è così affidato ad un’efficacissima, pregnante colonna sonora (canzoni, grida, rumori, voci e la delicata musica d’ambiente di Simon Fisher Turner) e alle parole recitate da Jarman, minato dalla cecità dovuta all’Aids, e da altre tre voci: John Quentin, Nigel Terry e Tilda Swinton (nella versione italiana Massimo de Rossi, Walter Maestosi, Francesco Carnelutti, Carla Cassola).

Il progetto di quello che ha finito con l’essere il testamento spirituale di Jarman risale al 1987, ma è stato poi radicalmente trasformato. A fungere da spunto è stata l’opera del pittore Yves Klein, morto a 34 anni nel 1962, che fece del blu il suo unico colore per “una ricerca dell’indefinibile in pittura”. Una volta scartata l’idea di una storia del blu in chiave alchemica, Jarman ha poi pensato di farne un film sull’Aids (in un primo momento chiamato Blueprint e costato solo £ 90.000), collegato al proprio diario del soggiorno in ospedale.

E’ nata così un’opera d’arte originale quanto carica d’umanità: il testo del film, slegato ma sempre acuto ed emozionante, si snoda attraverso riflessioni ed episodi, amari ed incisivi, sulla malattia, che evidenziano innanzitutto come essa muti profondamente i rapporti con se stessi, con gli altri, col proprio corpo e con la propria mente. Ma sa essere anche beffardamente sardonico, nella sua tragicità, quando racconta in una sorda litania i devastanti effetti collaterali dei medicinali utilizzati.

Lo spettatore, complice e quasi ipnotizzato dalla musica e dalle voci seducenti e strazianti, poco alla volta entra nel gioco del regista, che finalmente non è più colui che impone delle immagini, ma si limita a suggerirle: quel lenzuolo dalla piatta campitura blu, sempre identico a se stesso, vuoto come una tela su cui dipingere, si riempie così magicamente delle immagini evocate.

E’ un testo retorico, di struggente poeticità, in cui la voglia di vivere viene a patti con uno stoico senso della morte. Un percorso interiore che trova in quel “blu” il suo totale, fatale acquietamento: quello che è il colore del mare, del cielo, dell’universo, dell’infinito (“Pensateci un attimo: dove siete quando tutto ciò che avete davanti è il blu? Siete davanti all’infinito. Non c’è un dentro e un fuori”), invisibile e impalpabile come la cecità che ora attanaglia quasi del tutto Jarman, è sì il colore dove “nelle onde ruggenti, sentivo le voci degli amici morti”, ma è anche il porto sereno della speranza.

Il blu – continuamente ricordato in tante sue manifestazioni – è un etereo orizzonte, una soglia tra la vita e l’aldilà. Ma prima di oltrepassarla, Jarman continua fino all’ultimo a vivere intensamente: “Devo sbrigarmi a realizzare questi progetti. Credo di avere ormai poco tempo a disposizione, cioè, lo so che è poco. E’ poco per tutti, ma per me si sta esaurendo più in fretta che per gli altri. E allora che faccio, lascio perdere e passo gli ultimi mesi a badare al giardino? Oppure vado avanti? E’ uno sforzo spesso maledettamente sgradevole, ma andrò avanti. Non ho intenzione di girare un ‘ultimo film’, anche se sono certo che Blue potrebbe essere visto in questo modo. Ma è sempre una bella cosa dire ‘Amen’ e poi poter ricominciare”.
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