Il PCI e l'omosessualità difficile

23 febbraio 2005

Atti del seminario nazionale del PCI, tenutosi dall’11 al 13 novembre 1975, su Educazione sessuale: esperienze e prospettive nel campo dei consultori familiari e sull’attività scolastica.

L’omosessualità appare fugacemente nei discorsi dei relatori anche perché, una manciata di giorni prima del convegno, era stato barbaramente ucciso Pier Paolo Pasolini.

Restano comunque evidenti le difficoltà, soprattutto degli uomini del partito, ad un discorso aperto e tollerante sul fenomeno.



E’ una donna Aida Tiso, allora vice-responsabile della sezione centrale scuole di partito del PCI, ad introdurre, a p. 18, l’argomento:


problemi di così complessa comprensione come quello dell’omosessualità, che la televisione ha portato con la notizia della tragica morte di Pisolini dentro tutte le case, obbligando tanti genitori ad improvvisare spiegazioni su questioni su cui non avevano voluto nemmeno riflettere sino a quel momento. Ed ha certamente ragione chi, come lo scrittore Paolo Volponi, in quelle ore ha affermato essere oggi un dovere per noi far diventare crescita culturale la conoscenza e la comprensione, al posto dell’ignoranza e del rifiuto, di fenomeni di tale natura.

Esprime, al contrario perplessità sull’omosessualità Antonio Faggioli , allora direttore dei servizi sanitari del Comune di Bologna, a p. 266:


Poche parole sulle cosiddette devianze sessuali, sull’omosessualità. D’accordo con quanti hanno sostenuto che non dobbiamo guardare all’omosessualità con un atteggiamento moralistico, rimango invece perplesso di fronte a un’affermazione, che pure è stata fatta, secondo la quale, visto che abbiamo o cerchiamo un collegamento con la natura, e nel rapporto eterosessuale abbiamo una finalità naturale che è quella della procreazione, nel rapporto omosessuale, poiché questa finalità non esiste, essa è da porre su un altro piano. […] Mi chiedo, invece: quando poniamo su piani diversi il rapporto omosessuale e quello eterosessuale non rischiamo di avvicinarci al ragionamento – entro certi limiti è chiaro – di quei cattolici per i quali il rapporto sessuale è possibile, ecc. solo se finalizzato alla procreazione?.


E’, poi, addirittura omofobo il saggio Sesso e società (apparso anche su Critica Marxista, n. 3-4, 1974) di Luciano Gruppi , vicedirettore di “Critica marxista”.

Gruppi riprende Diderot (D. Diderot, Il sogno di d’Alembert, Milano, Universale Economica 1952 che dice sostiene che non bisogna indignarsi di fronte alla masturbazione e all’omosessualità (surrogato del sesso ma che da piacere oltre che a noi ad un'altra persona) e, a p. 320, afferma:

Essa è solo in determinati casi un surrogato del rapporto tra sessi. Per taluni movimenti, la rivendicazione di una totale libertà sessuale, l’esaltazione irrazionalistica dell’istinto, porta a porre sullo stesso piano del rapporto tra la donna e l’uomo il rapporto omosessuale.

E taluni movimenti femministi fanno dell’omosessualità un elemento della ribellione alla ‘società maschile’.

Siamo ben d’accordo nel rifiutare ogni repressione giuridica dell’omosessualità. Respingiamo ogni atteggiamento di disprezzo o di irrisione verso gli omosessuali. Ma proprio il rapporto che noi riteniamo debba essere stabilito tra società e natura ci dice come l’omosessualità spezzi invece tale rapporto, contraddicendo ad un istinto fondamentale do ogni essere vivente: quello della continuità ella specie. L’omosessualità impoverisce perciò ed altera profondamente la personalità dell’uomo. Nata sovente dalla solitudine è nella solitudine che essa si conclude”.


L’elaborazione ideologica comunista degli anni settanta fatica ancora a trovare una collocazione accettabile per l’omosessualità nel suo impianto teorico tanto che paiono un po’ troppo ottimistiche le conclusioni della Tiso secondo la quale il seminario del PCI, a p. 18, ha “mostrato di saper cogliere, nel sottolineare l’ampia partecipazione ai funerali del poeta [Pier Paolo Pasolini, ndr.], l’avvio al superamento dell’intolleranza”.

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