Libro bianco, Il [1928].

Dal 1928, quando fu pubblicato la prima volta, anonimo e in pochissime copie, Il libro bianco ha avuto un'esistenza difficile e semiclandestina. Pur essendo uno dei libri più importanti di Cocteau, in alcune biobibliografie è addirittura ignorato, e non certo perché anonimo. Il nome del suo autore in realtà si è sempre saputo se già nel 1929 André Gide annotava: "Letto Le livre blanc di Cocteau avuto in prestito da Roland Saucier, in attesa della copia promessa dallo stesso Cocteau", e se fin dalla prima edizione appariva ben visibile la mano dell'autore dalla copertina che riproduceva un suo disegno.

Una traduzione inglese del 1957 è pubblicata addirittura con "prefazione e illustrazioni di Jean Cocteau, dell'Accademia di Francia" dove l'autore discetta in maniera ambigua sulla paternità del libro, che non rivendica mai esplicitamente, ma nemmeno protesta nel vederlo incluso nella sua bibliografia.

Le ragioni che hanno indotto l’autore alla scelta dell'anonimato sono complesse: forse è vero che egli ha omesso il proprio nome "per non dare una pena alla madre", secondo una sua ammissione, ma non è da escludere una volontà di rafforzare la denuncia che il libro contiene, sottolineando, con il vuoto dello spazio bianco, la negazione di sé a cui è costretto chi voglia parlare della propria omosessualità.

Un vero e proprio cult per generazioni di omosessuali, ormai introvabile nell'edizione Guanda del 1984, il libro viene ripubblicato ora in una nuova e bella traduzione di Roberto Rossi Testa dalla casa editrice ES, con le illustrazioni dello stesso Cocteau che accompagnavano l'edizione del 1930, una postfazione di Milorad, amico e studioso di Cocteau, e insieme ad alcuni testi erotici in prosa e in versi (questi con testo francese a fronte) riconducibili allo stesso tema e alla stessa atmosfera del Libro bianco.

Il breve romanzo narra di una irriducibile inclinazione omosessuale che il narratore individua già in alcune immagini della sua infanzia (un giovane garzone che monta a cavallo interamente nudo, due giovani zingari nudi che si arrampicano su degli alberi, un giovane domestico che egli tenta di sedurre).

Dopo un ritratto del padre, "uomo triste e affascinante", a proposito del quale si avanza l'ipotesi di una omosessualità latente, si narra la vita al liceo Condorcet dove appare per la prima volta il mitico compagno di classe Dargelos che "godeva di un grande prestigio in grazia di una virilità assai sviluppata rispetto ai suoi anni". "Tutti noi", scrive il narratore, "avevamo calzoni corti, ma a causa delle sue gambe d'uomo, soltanto Dargelos era a gambe nude".

Si passa poi ai primi approcci con le donne, la prima, Jeanne, si rivelerà una lesbica : "lei amava le donne e io amavo lei con ciò che la mia natura aveva di femminile".

Poi è la volta di Rose, una prostituta, ma quando il narratore vede il fratello (in realtà il protettore) si innamora di lui. Dopo l'inevitabile rottura, decide di non ostacolare più la sua natura, incontra un vero e proprio sosia di Dargelos, un marinaio, che porta tatuata in maiuscole blu, la scritta SENZA FORTUNA.

Anche col marinaio, bello e dannato come tutti i ragazzi che incontra, la storia finisce male.

Nemmeno il bordello che inizia a frequentare gli si addice: cuore e sensi sono un groviglio inestricabile ed egli non può adattarsi a una "esatta ricetta del proprio piacere", "a date e a prezzi fissi".


È a questo punto che si avvicina alla religione e tutta la seconda parte del libro è percorsa da una turbata religiosità, ma poi arriva un altro giovane, H., che si fa beffe dei suoi rimorsi e delle sue riserve.

Finita miseramente anche questa storia, il nostro protagonista prende in seria considerazione l'idea del matrimonio. Anche la promessa sposa ha però un fratello con il quale si ripete un po' la storia con i ragazzi avuti in precedenza.

Non rimane che il monastero, ma non si sfugge a se stessi e così il primo monaco che incontra quando entra in convento ha lo stesso profilo di Dargelos, di SENZA FORTUNA e dei ragazzi che ha amato: "Sì, il monastero mi scacciava, come tutto il resto".

Questa in sintesi la storia, dove affiorano temi che avranno molta importanza in tutta l'opera di Cocteau (da quello del centauro, al culto del sesso maschile, "piccola pianta marina, morta, aggrinzita, come arenata sul muschio, che si distende, si sviluppa, si rizza e proietta lontano la sua linfa non appena trovato l'elemento d'amore").

La narrazione è d'altronde chiaramente autobiografica, nonostante qualche tentativo di sviare il lettore, ma si tratta di un'autobiografia particolare che, grazie anche alla scelta di una scrittura veloce, incisiva, "oggettiva", conserva sempre una straordinaria forza di denuncia, esplicitata già nel titolo. Un libro bianco è infatti, secondo la definizione dei dizionari, una denuncia che si basa su una raccolta di documenti a difesa e sostegno di una posizione, in relazione a problemi di interesse generale.

Si tratta quindi di un testo letterario, ma pensato e organizzato come un dossier sul disagio degli omosessuali e la denuncia, inscritta nel titolo, percorre tutto il libro con una straordinaria carica dirompente, certamente più incisiva e più a fondo di quella di André Gide e del suo Corydon del 1911.

Nella prima pagina il narratore scrive: "Le mie sventure sono state causate da una società che condanna l'insolito come un crimine, e ci costringe a modificare le nostre inclinazioni".

E quando descrive i suoi compagni di scuola che passano dai giochi adolescenziali di tipo omoerotico all'eterosessualità scrive: "Fu allora che per seguire gli altri cominciai ad alterare la mia natura. Precipitandosi verso la loro verità, mi trascinavano verso la menzogna".

E ancora, quando, nell'ultima pagina, ha preso la decisione di lasciare la Francia: "Comunque sia, partirò e lascerò questo libro. Se verrà trovato, lo si pubblichi. Forse aiuterà a capire che, esiliandomi, non mando in esilio un mostro, ma un uomo al quale la società non permette di vivere, poiché considera errore uno dei misteriosi meccanismi del capolavoro divino".

Ma c'è di più: alla denuncia di un sistema che non contempla l'inclinazione omosessuale con tutti i guasti e le tragedie che ne conseguono, si aggiunge il categorico e sdegnoso rifiuto di ogni forma di tolleranza: "Io mi ritiro. In Francia, questo vizio non porta in prigione, grazie alle consuetudini introdotte da Jean-Jacques de Cambacérès e alla longevità del Codice napoleonico. Ma non accetto d'essere tollerato. Il mio amore dell’amore e della libertà ne rimane ferito".

Nel 1928 Cocteau sottolineava così l'intollerabilità per un uomo di essere tollerato, cogliendo, con straordinaria modernità, il punto fondamentale della condizione omosessuale nella società contemporanea e il libro, nonostante le trasformazioni del costume degli ultimi decenni, conserva inalterata la sua attualità.

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