Rose e cenere

10 aprile 2005, "Pride", marzo 2005

Yukio Mishima è lo scrittore giapponese più noto in Occidente, non solo per la sua opera , ma anche per il clamore che egli stesso ha contribuito a creare intorno alla sua esistenza. Il suo sperimentare generi e linguaggi diversi (dalla narrativa al cinema al saggio alla drammaturgia alla recitazione), la sua omosessualità, nascosta dietro una maschera di rispettabilità o provocatoriamente esibita, le posizioni ultranazionaliste con la costituzione di un personale gruppo paramilitare e infine la morte spettacolare hanno creato intorno al suo nome un alone di leggenda, come succede sempre quando la vita sembra confondersi con l’arte. Il suicidio rituale, il seppuku, insieme al suo giovane amante il 25 novembre 1970 alla caserma del quartier generale della difesa nazionale a Tokio, dopo aver arringato i soldati sulla perdita dei valori spirituali della nazione e sul bisogno di restare ancorati alla forte cultura samurai, è troppo simile alla trama di un suo romanzo per non creare un macroscopico cortocircuito tra vita e opera, ineludibile anche per il critico più alieno da ogni contaminazione biografica nell’analisi di uno scrittore. I suoi romanzi (tra i più amati dai lettori gay Confessioni di una maschera e Colori proibiti) contengono tutte le ossessioni di un modo di essere gay pre-Stonewall, dai dolorosi tentativi di essere “normale” all’esaltazione della bellezza proletaria “incontaminata dall’intelletto”. Da aggiungere ancora il fascino di un particolare esotismo in cui si mescolano il codice di comportamento dei samurai con l’attrazione per la cultura occidentale e l’enfasi su una forma di omosessualità tutta virile fino al culto del machismo e alla manipolazione del proprio corpo, troppo gracile per corrispondere all’immagine di sé guerriero ed eroe della Tradizione.

In Italia i romanzi di Mishima sono entrati a far parte dell’immaginario gay fin dagli anni Sessanta, quando cominciano ad essere tradotti, ma sono stati pochissimi gli studi critici, e, che io sappia, nessuno a partire dal tema dell’omosessualità. Un convegno a lui dedicato nella prima edizione di Gender Bender, “festival internazionale che riflette sul tema delle identità” organizzato dal Cassero di Bologna e un libro che ne raccoglie gli atti, diventano così un’importante occasione per una più approfondita conoscenza dello scrittore. Il libro presenta una serie di saggi, che indagano da diversi punti di vista vari aspetti della figura di Mishima: la tradizione estetica come ideologia (Emanuele Ciccarella), arte e omosessualità nel romanzo Colori proibiti (Tommaso Giartosio), l’avventura nel mondo della cultura fisica e delle arti marziali (Antonio Franchini), la coesistenza di passato e presente nel suo teatro (Giovanni Azzaroni), il rapporto con il cinema (Pier Maria Bocchi), la complessa vicenda della ricezione della sua opera in Occidente (Luca Scarlini).

Completano il libro 16 bellissime foto di Mishima tratte da Barakei con un testo del fotografo Heicoh House che racconta l’origine del volume e un’appendice che riproduce parti delle poche cose uscite in Italia sullo scrittore, tra cui alcune osservazioni decisamente omofobe (che forse sarebbe stato il caso di commentare) come quelle di Gian Carlo Calza a proposito dell’omosessualità e dell’eterosessualità dello scrittore (p.92).

Tra i saggi dei partecipanti al convegno il più originale è quello di Tommaso Giartosio, l’unico che propone una rilettura di un testo di Mishima gay-oriented indagando analogie e differenze tra Colori proibiti e testi letterari occidentali, il rapporto tra omosessualità e eterosessualità, il tema della “omosocialità” e quello dell’”autonomia dell’arte” e dell’”autonomia dell’artista”.

Negli altri saggi, pur interessanti, serpeggia il vizio di fondo della cultura accademica italiana, quello di scrivere di scrittori gay come se si trattasse di eterosessuali e di trattare con snobistico distacco chi pone l’omosessualità al centro delle proprie ricerche. Alla base di questa concezione c’è la convinzione dell’”universalità” dell’arte con il conseguente rifiuto di confrontarsi con le culture delle differenze. Nemmeno le censure che hanno accompagnato la ricezione dell’opera di Mishima sembra che abbiano a che fare con l’omosessualità e così, per fare solo un esempio, quando si parla del film di Paul Schrader sullo scrittore non si fa neppure un cenno al fatto che la vedova aveva preteso per contratto che si tacesse dell’omosessualità del marito. Il tema per la maggior parte dei nostri critici è semplicemente irrilevante, anche all’interno di un convegno organizzato da un “gay lesbian center” sulle identità.

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Rose e cenereAldo Brancacci24/04/2005

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