Il pasto nudo

17 aprile 2005, "A qualcuno piace gay" (La libreria di Babilonia, 1995)

Cronenberg, regista dello splendido Inseparabili, è riuscito ad adattare sullo schermo l'opera cardine della beat generation (assieme a Kerouac) che sembrava per definizione non filmabile. D'altra parte è il momento della riscoperta di William Burroughs, il profeta di uno stile di vita senza regola alcuna, che a ottant'anni viene recuperato alla grande dai cineasti indipendenti, addirittura come attore in Drugstore Cowboy di Gus van Sant.

Il regista canadese riesce a rendere tangibile il senso dell'opera che altro non è che un flusso di coscienza che, alterata da droghe, fluttua tra incubi e desideri finalmente non più repressi, tra mostri antropomorfizzati e uomini metamorfizzati, tra scatologia e sadomasochismo. Pur ingenuamente artificioso in molti effetti speciali, il film riesce però a creare un mondo sospeso, quasi parallelo al reale, dove ogni cosa rimanda enigmaticamente altrove.

Interzona è Tangeri, ma non solo: è un miscuglio della fascinosa città marocchina (ex città libera, quindi ricettacolo di tutti gli avventurieri del mondo) e della stessa New York, la metropoli che Bill Lee credeva di fuggire. Ma, in effetti, è solo un parto della mente intossicata dello sterminatore dove tutto può accadere, persino che parlino e agiscano le macchine per scrivere, dotate di un enorme sfintere dal quale vomitano parole senza senso.

Forme falliche e anali sono sparse un po' ovunque a Interzona, dove accadrà anche che Bill, eterosessuale, si scopra omosessuale, riuscendo così a mimetizzarsi nella compagine in cui è finito e prendersi un ragazzo che lo guidi nei meandri intestinali della misteriosa città e alla scoperta del piacere del sesso tra uomini.

Ma omosessualità in quella landa significa anche altro, visto che Cloquet, adescato Kiki - il ragazzo di Bill dai tratti chiaramente nordafricani - lo fagocita con bave e salive durante un orripilante amplesso in cui si trasforma in un mostro simile ai mugwump. Una scena/limite in cui Cloquet si appropria dell'altro, mettendo effettivamente in pratica l'espressione "penetrare", e che, pur nella sua mostruosità, paradossalmente non nasconde un senso di desiderio di un possesso e di un amore globale.

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