Il banchetto dell'emiro

17 luglio 2005

Correva l'anno 838: solo 223 anni erano passati dall'egira, cioè da quando Maometto si rifugiò a Medina allontanandosi dagli increduli politeisti meccani che lo deridevano. Ibn Giamal è un devoto musulmano che compie il suo dovere di pellegrinaggio nelle città sante in Arabia. Non vede l'ora di tornare dalla sua famiglia, agli studi e alle comodità della sua casa di Granada. È stanco di viaggiare, di fermarsi in locande chiassose e promiscue. Durante una sosta ad Alessandria d'Egitto, ibn Giamal conosce Ishak, originario del Khorasan (Persia) che conduce con sé Kostyah, un ragazzino cristiano bizantino che ha perso tutta la famiglia durante il massacro della città di Amorion compiuto dai soldati dell'emiro. Inizia così il racconto di Ishak.



Kostyah era stato fatto prigioniero dal generale vittorioso e condotto in regalo al governatore di Malatya. Il principe e la sua corte rimangono meravigliati dall'altera bellezza del ragazzo greco. Quando l'emiro porge a Kostyah una coppa di vino, il ragazzo se ne allontana in modo brusco e impudente, tanto da causare l'ira del potente. Come punizione, Kostyah viene spedito dai soldati del palazzo, i quali lo fanno ubriacare e lo violentano a turno, ferendolo in modo grave. È proprio il buon Ishak che trova il corpo abbandonato in mezzo agli avanzi del banchetto e s'accorge che Kostyah è vivo. Così Ishak lo prende con sé e lo cura amorevolmente, facendosi aiutare da Maryam, una donna dai dubbi costumi ma generosa, e da Shalom, un medico ebreo.


Riprendendosi lentamente, il ragazzino dimostra la propria educazione raffinata, parla oltre alla propria lingua greca, l'arabo e l'ebraico. Ma è anche testardo: impiega molto tempo per prendere confidenza con Ishak, dopo che ha saputo che egli è una guardia dell'emiro, quindi al servizio di un governatore brutale. Ma la costanza di Ishak nel prendersi cura del ragazzo riesce ad aprire una breccia nell'animo del ragazzo. Dopo alcuni mesi, i due ormai sono inseparabili e vivono insieme: le malelingue della corte lo chiamano "il ragazzo di Ishak". Il comandante della guardia però non vuole allontanare il persiano per la sua presunta debolezza omosessuale, in quanto egli è un ottimo soldato. A Kostyah, però, il futuro sicuramente non riserva una carriera nella milizia.


Un giorno il governatore si accorge del ragazzo greco, intrufolatosi nel suo meraviglioso giardino privato, e si ricorda dell'affronto fattogli qualche tempo prima ma non gli serba rancore, anzi desidera ch'egli entri nella sua corte come paggio. L'inclinazione dell'emiro per i bei paggi era nota a tutti là dentro, e nessuno la giudicava riprovevole; ai prìncipi, si sa, è lecito tutto, e poi si sapeva che un ragazzo non aveva da temere con lui nulla più della carezzevole intimità che soddisfaceva il gusto estetico di quel signore raffinato. Quindi decidono, il soldato persiano e il ragazzo greco, di fuggire, di lasciare Malatya e rifugiarsi in qualche porto dell'Africa al di là del mar Rosso. Durante la traversata del deserto, vengono accolti da un vecchio beduino, ed è dalla bocca di quest'ultimo che udiamo una nota di disapprovazione verso l'omosessualità: I costumi depravati degli arabi di città non mi sono ignoti. Ciò indica una differenza tra la mentalità cittadina e quella dei nomadi, che pressappoco ricalca quella tra il modo di vedere l'omosessualità tipico delle città del nostro nord rispetto a quello delle zone più arretrate del sud. Ma inaspettatamente, a cercare di sedurre Kostyah durante la permanenza tra i beduini, è proprio uno di loro; è un novello sposo che prende nel proprio letto il greco travestito da donna e nascosto lì per sfuggire all'ispezione delle guardie dell'emiro che perlustrano tutto il territorio.

- Non vorrei dirlo, ma mentre mi teneva abbracciato e aspettavamo che da un momento all'altro i soldati tornassero ed entrassero nella tenda...

- Ebbene?

- C'è stato un cambiamento in lui. Prima era un poco irritato con me perché per colpa mia lo avevano separato dalla sua sposa, ma poi... a poco a poco... il suo abbraccio si è fatto più tenero, non fingeva più, e mi accarezzava, mi toccava... Io non osavo tirarmi indietro e lui... Ah, se l'ufficiale non fosse entrato in quel momento...


In un modo o l'altro, i due riescono a raggiungere al-Andalus, la Spagna moresca tollerante e accogliente, e si stabiliscono a Granada. Nella città, il ragazzo greco impara le lingue e si fa valere per la sua intelligenza: diviene infatti addetto alla segreteria del governatore. Un giorno Ishak incontra per caso Shalom, il medico ebreo che a Malatya aveva curato le ferite di Kostyah, di passaggio per Granada e gli confida che il ragazzo è ancora psicologicamente sconvolto dalle violenze subite, tanto da non riuscire a farsi toccare da nessuno, se non da Ishak. Allora l'ebreo suggerisce di fargli conoscere una ragazza, delicata e sensibile. Entra così in scena Elvira, novizia cristiana rapita dagli arabi che avevano saccheggiato il suo monastero. Essa mai aveva voluto convertirsi alla fede dei suoi nuovi padroni. Nonostante gli agi e le raffinatezze che le fanno conoscere le ancelle assegnatele dal governatore moro 'Abd al-Malik qualunque cosa potessero fare del suo corpo, la sua anima era votata a Dio e nulla mai l'avrebbe indotta a rinnegare la sua fede.


L'incontro organizzato per far conoscere Elvira a Kostyah è inizialmente freddo ma infine i due scopriranno di avere, oltre alla religione, altro in comune. Il governatore stesso, al corrente di tutta la storia di Kostyah, desidera che i due ragazzi si sposino. Ma ogni volta che tra i due c'è un contatto fisico, il greco prova un moto di repulsione incontrollata e teme di non poter mai amare e aver figli. Ma la dolce pazienza di Elvira avrà la meglio e i due si preparano per le nozze. Ishak, dal canto suo, non vuole assumere un ruolo di subalterno nel futuro di Kostyah. Vuole averlo tutto per sé. Ma non può. Allora decide di andare via, verso il suo Khorasan nativo, in Persia, terra povera e fredda. Anche Kostyah se ne rende conto: Sentiva che gli si apriva davanti un avvenire luminoso, in cui avrebbe camminato con Elvira... mentre la figura un poco malinconica del suo salvatore rimaneva indietro, nelle ombre di un passato che voleva dimenticare.


Nell'estremo tentativo di fermare Ishak, ormai partito a cavallo verso Malaga, porto da cui si sarebbe imbarcato per l'Oriente, Kostyah gli chiede disperato:

- Non puoi perdonarmi una piccola mancanza, tu che mi hai perdonato sempre? Che cosa è cambiato tra noi?

L'uomo rialzò gli occhi, e la voce gli uscì come un gemito scaturito da quella ferita che si allargava nel suo petto ad ogni parola falsa e vuota di quell'amaro distacco.

- Ma allora, non hai capito nulla? Non hai capito nulla in tutti questi anni?

- Che cosa... che cosa avrei dovuto capire?

E improvvisamente, fissando gli occhi in quelli ardenti e disperati dell'uomo, il giovane fu assalito da una consapevolezza che forse già da tempo si era risvegliata in lui, che forse aveva sempre oscuramente intuita...


Questo racconto forse è il meno riuscito di Annie Messina: molti comportamenti sono scontati, si immagina già come andrà a finire. Non sono presenti neanche elementi irreali che possano renderlo una favola. Esso quindi rimane un racconto asciutto e pieno di cliché, in cui sono mischiati il sesso tra uomini, presentato come selvaggio e furtivo, mentre l'amore tra un uomo e una donna è dolce, passionale, tenero. Il rapporto realmente consumato tra uomini si ferma a un livello meramente fisico e quello che Ishak prova per Kostyah è inespresso, celato, che non va al di là di lunghe chiacchierate serali e amorevoli cure della persona. Sono quindi presenti alcune varianti dei sentimenti umani ma la lettura del racconto non lascia molta soddisfazione.
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