Pochissimi i canguri

14 aprile 2013

The Band potrebbe bene intitolarsi come il più noto romanzo di Busi, ovvero Cazzi e canguri (pochissimi i canguri), giacché i primi sono ovunque mentre i canguri si vedono di sfuggita in una sola inquadratura. Tolta la quale, sarebbe difficile capire che il film è girato e ambientato in Australia, per il semplice fatto che raramente usciamo dalla camera da letto (o da altri interni ristretti che ne fanno le veci). The Band è infatti in buona sostanza un porno che però finge di non esserlo, per cercare di passare per qualcosa di più, e cioè un film “art house” (come dicono all’estero) con scabrose sequenze hard. Così fa più controcultura e si addice a millantare un’operazione provocatoria da parte di una regista che si definisce femminista. Cosa può esserci, sulla carta, di più trasgressivo di un porno femminista?

Tante cose, in effetti. Ma il problema è che questo brutto anatroccolo che ha sognato di essere un cigno, circuitando tra festival di anatre (il Berlin Porn Film Festival, dove è stato presentato al mondo) e festival di cigni (nientemeno che Cannes), alla fine della fiaba si scopre che non è un cigno arruffato, ma proprio un semplice anatroccolo. E brutto, perché è noioso quale porno in quanto i personaggi parlano troppo, come se avessero qualcosa da dire, ed è noioso come film istituzionale perché il livello tecnico (soprattuto degli interpreti) è quello di un porno, cioè sotto l’asticella di ciò che nel mercato corrente si considera professionalità.

È cosa nota che il confine tra porno e non porno negli ultimi vent’anni è andato assottigliandosi, poiché vi è ormai tutta una schiera di film di normale circolazione che hanno accolto al loro interno scene hard rifiutando le sfacciate ipocrisie e i raffinati eufemismi (a seconda dei casi e dei gusti) caratteristici del cinema tradizionale. Ma Anna Brownfield va ben oltre e inverte le parti in questo suo primo lungometraggio (il quale, se nella vita il merito contasse qualcosa, dovrebbe rimanere l’unico). Basti dire che ne circola anche una versione epurata che dura circa 20 minuti di meno: dei restanti 70, la maggior parte non è altro che contorno soft delle inquadrature hard. Per cui la “storia” si riduce a ben poca cosa: Jimmy tradisce Caty, che ci rimane male ma poi si riprende, ha successo e si converte al lesbismo.

Questo è il primo problema: The Band non racconta niente che possa interessare stare a sentire. Sarà forse che il rock mi lascia indifferente quanto qualcuno che mi parlasse in mandarino, ma credo che se il film si svolgesse tra i camerini dell’opera di Sidney il risultato non muterebbe di una virgola. Il fatto è che, come nei porno, la storia serve solo da pretesto per inanellare scene di sesso.

Lo stesso si può dire dei personaggi, che infatti sono definiti dai loro gusti sessuali: Jimmy è un puttaniere solo perché in questo modo lo si può esibire in più occasioni; Dee si esaurisce nel suo feticismo (ama vestire biancheria femminile) così come GB nella sua “versatile” passione per la sodomia eterosessuale. Allo stesso modo, la manager è lesbica giusto perché nel suo letto dovrà approdare infine Caty. E non a caso il filo rosso che lega tutti i personaggi è una fan che ha deciso, bontà sua, di portarsi a letto ogni componente del gruppo, uomini e donne.

Ancora come nei film porno, le parti più espressive di questi attori sono quelle che essi faticano a tenere nei pantaloni. Per il resto, è davvero una sofferenza vedere la protagonista che si sforza per tutto il film di simulare tristezza, come un bimbo che strizza inutilmente gli occhi sul vasino.

Nemmeno la messa in scena del sesso è articolata in modo diverso da quanto prescritto dalle rigide convenzioni dell’estetica pornografica, che impongono la sospensione della narrazione lungo tutta la durata del “numero”, un congruo numero di dettagli chirurgici e imperative eiaculazioni a vista (vere o malamente simulate, a seconda dei casi).

E se per caso qualcuno non l’avesse ancora capito, The Band è uno pseudo-porno etero, dove notoriamente il lesbismo è di casa per titillare il pubblico maschile, il che getta un’ombra (lunga, peraltro) sulla credibilità della storia di rape and revenge psicologico che era nelle intenzioni della regista. La componente femminista è quindi debolissima, alquanto dubbia nel risultato, certo ideologicamente discutibile, ma soprattutto affidata a una trama inconsistente: se è femminismo superare la crisi con l’ex e preferirgli infine una donna, quando un gay dimentica un vecchio amore e se ne trova un altro cos’è, un filantropo? Ma è ancora più significativo il caso di GB: il fatto che alla fine venga sodomizzato da una fanciulla imbragata dovrebbe rappresentare il trionfo della donna che prende il controllo della situazione? E il fatto che GB sia consenziente e gaudente, cioè l’unico il cui godimento sia certificato dalla macchina da presa come in un qualsiasi, normalissimo porno, non conta nulla?

Alla fine, l’unica cosa che distingue davvero questo film da un porno fatto e finito sono proprio i canguri.

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