Lyautey-Charlus [1998]. Una biografia un po' soporifiera.

21 novembre 2005

Non è molto ortodosso recensione un libro per dire che non lo si è letto tutto (mi sono fermato poco dopo pagina 100). Ma nel caso del libro in questione, si tratta solo di eterodossia per eterodossia.

Mi spiego.
Lyautey-Charlus è la biografia del maresciallo Louis Hubert Lyautey (1854-1934), uno degli esponenti di punta della costruzione dell'impero coloniale francese fra Otto e Novecento, in particolare dell'imposizione del protettorato francese sul Marocco. Nonché un amatore di baldi giovanotti, dei quali amava circondarsi.

Il titolo, e la copertina, si riferiscono al fatto che, grazie a una serie di riscontri, l'autore sostiene che Lyautey sia stato uno dei modelli principali della figura del "baron de Charlus" nella Recherche, e che parimenti il suo amante sia modellato, malignamente, su Edmond de Rostand, figlio dello scrittore Maurice Rostand (a cui Gury ha dedicato una monografia: L'extravagant Maurice Rostand, un ami de Proust et de Cocteau, Kimé, Paris 1994). Attraverso la solita ragnatela di citazioni l'autore riesce a dimostrare sia il fatto che le testimonianze scritte (a partire da quelle di Lyautey stesso) rendono praticamente certa la sua omosessualità, sia l'uso maligno fatto della sua figura da Proust.

Il problema, allora, dov'è?

Il problema, al solito, è Gury, e la sua prosa cementizia. Come una colata di cemento grigia, amorfa e soffocante, la massa di dati grandi piccoli minimi e insignificanti (soprattutto quelli insignificanti....) sommerge implacabile il lettore senza che l'autore faccia il minimo uso del discernimento critico per separare i dati interessanti da quelli totalmente privi d'interesse.

Gury pubblica tutto, è incapace di fare il mestiere dello storico, che è anche dare un ordine e un senso alla congerie dei dati.

Trecento pagine di cemento letterario, per un tema per il quale sarebbe stato sufficiente un articolo di trentacinque, è più di quanto io sia riuscito a reggere.... La conclusione del volume sta già nel titolo e nella copertina. Anche se mi sono accontentato di sole cento pagine di prove, la mia convinzione della sensatezza della tesi centrale del testo non sarebbe diventata più incrollabile di quanto già non fosse, se ne avessi lette altre duecento.

A ciò si aggiunga il fatto che Gury sembra non avere mai sentito parlare di decolonizzazione. Per lui il maresciallo francese è un "eroe", che seppe governare con mano ferma, ma saggia e umana, gli "indigeni" a lui sottoposti. Nonché a sconfiggerli militarmente ogni volta che erano troppo ingrati da non capire quanto fosse buono lui e quanto fosse buona e grande la Francia. Già questo atteggiamento, da solo, giustificava il volo del volume nel caminetto acceso. Per fortuna di Gury ho il riscaldamento a metano...

Ma sapere che uno dei mille generali grazie a cui l'Occidente coloniale saccheggiò il resto del mondo era omosessuale, è una curiosità storica, nulla di più. E l'identità dell'ispiratore di uno dei personaggi di Proust (peraltro in condominio con Robert de Montesquiou (1855-1921), già identificato come modello di Charlus), interesserà forse a chi deve fare una tesi di laurea su Proust, ma dubito dica alcunché al resto della razza umana.

Non so, magari la parte succosa e interessante era alla fine del libro. Gury questi scherzi (sul modello delle Nozze di Cana), li fa. Il problema non è però sapere se la parte migliore stia o no alla fine del libro: il problema è arrivarci, alla fine. La sensazione che si prova a leggere letteralmente centinaia (e dopo un po' ti paiono miliardi), di citazioni di poche righe che dimostrano che i contemporanei sapevano dell'omosessualità di Lyautey, e ne cicalavano nei diari, nelle lettere, nelle corrispondenze, è cosa bland interesse per le prime dieci testimonianze, ma poi noia mortale dopo l'undicesima. Basta. Questa volta Gury ha esagerato.

In conclusione: se qualcun altro ha voglia di finire questo libro per sapere cosa contengono le 200 pagine che non sono riuscito a leggere, ce lo racconti, che ascolterò con interesse. Quanto a me io, come si suol dire, "preferisco vivere"... o almeno sopravvivere.

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