Profondo rosso

2 settembre 2006

Nonostante le lungaggini dei siparietti di costume, che per funzionare avrebbero necessitato di una migliore sceneggiatura e di interpreti meno dilettanteschi, Profondo rosso rimane il miglior esito conseguito da Dario Argento nel genere del thriller: purché non si badi troppo alla logica e si sia disposti a considerare le scene di omicidio come momenti di virtuosismo tecnico fine a se stesso, "attrazioni" slegate da un intreccio da non prendere troppo sul serio.


Anche in questo caso Argento non rinuncia a utilizzare un sottofondo sessuale per dare sostanza alla vicenda. Lo fa indulgendo al suo solito macchiettismo, quando ritrae con poca convinzione il maschilismo del protagonista e i conati di femminismo della giornalista (i due sommati confermano più il primo che i secondi).

La "scena primaria" dell'accoltellamento, ripresa da Marnie (1946) di Alfred Hitchcock, rimane nella memoria e rimanda al solito trauma infantile che in tutti i thriller di Argento spiega i motivi per cui il serial killer di turno ha scelto codesta discutibile professione. Ma in questo caso non è che spieghi granché. Secondo i due studiosi di esoterismo, il trauma infantile indurrebbe ora nel serial killer la certo scomoda incombenza di dover ricostruire la scena del primo omicidio ogni volta che ammazza qualcuno, per poter liberare la propria furia omicida. Ecco perché fa sempre ricorso alla nenia infantile e a vari oggetti feticizzati (il bambolotto meccanico, la bambola impiccata, ecc.).

Tuttavia, per come ci viene presentata la rievocazione dell'omicidio, si direbbe che il trauma riguardi il figlio, non la madre, che già di suo ha qualche rotella fuori posto. Però gli omicidi eseguiti con gli ingombranti arredi dovrebbero essere quelli compiuti dalla madre, non dal figlio. Anche se entrambi hanno poi una motivazione ben più razionale per spiegare i loro comportamenti socialmente discutibili: lei dovrebbe proteggersi dalle conseguenze del primo omicidio, quello del marito, compiuto molti anni prima e "scoperto" dalla parapsicologa; il figlio vorrebbe solo coprire la madre.

Insomma questo trauma infantile sembra proprio non servire a nessuno, se non al regista per giustificare il décor delle sue scene del crimine.


Ecco allora che il trauma questa volta sembra assolvere tutt'altra funzione: pare piazzato lì non tanto per giustificare i raptus omicidi del serial killer, quanto per motivare il morboso attaccamento alla madre del figlio. E quale elemento migliore per segnalare ai cultori della psicanalisi domenicale tale attaccamento, che fare del figlio un omosessuale dopo averlo fatto assistere a questo accoltellamento fallico da parte della madre castrante?

Argento conferma così per l'ennesima volta il suo gusto per i personaggini omosessuali, sul tipo di quelli già visti in pressoché tutti i suoi gialli precedenti e successivi. Qui ce ne sono due: l'omicida e il suo amante effeminato, che accoglie il protagonista in vestaglia, truccato come se dovesse fare uno spettacolo da travestita. Insomma, il solito gay secondo Argento, e secondo molto cinema italiano di quegli anni: donna o assassino (e artista, debosciato, piagnone, ecc.: le ha proprio tutte). E ovviamente cotanto eroe non può che esser abbattuto, alla fine, travolto e trascinato da un camion della spazzatura (!). Requiescat in pace.


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