Tutto su Almodovar

23 febbraio 2008

Lindau porta in Italia l’ultima edizione del libro-intervista che Frédéric Strauss ha dedicato al regista Pedro Almodovar, seguendo una lunga tradizione della critica cinematografica francese avviata dai “Cahiers du cinéma”, rivista per la quale Strauss ha scritto e che in Francia pubblica il libro in questione.

La prima edizione era già stata tradotta in italiano tredici anni fa, dall’editore Pratiche (che oggi non esiste più), e si fermava a Kika (1993), cioè più o meno a metà del nuovo volume, che giunge invece fino a Volver (2006). Inoltre, la nuova edizione può vantare un ricco apparato iconografico composto non solo da foto di scena e immagini rubate durante la lavorazione, ma anche da materiali di vario genere legati al percorso artistico del regista, ivi comprese le sue prime fatiche letterarie (alcuni testi di Almodovar inframmezzano anche il flusso dell’intervista).

A dispetto del grande successo internazionale, Almodovar è ancora poco studiato – anche in patria – ed è studiato per lo più male: nella non particolarmente ricca e ancor meno stimolante bibliografia che lo riguarda, il volume di Strauss rimane al momento il contributo più significativo e un testo di riferimento imprescindibile.

Almodovar ripercorre con dovizia di particolari il suo percorso umano e artistico, dall’infanzia solitaria in una Spagna rurale sofferente per le ristrettezze del regime franchista fino all’esplosione della Movida madrilena negli anni della transizione, dei quali Almodovar fu uno dei protagonisti a tuttotondo. I primi lungometraggi si collocano in questi anni frenetici, e Almodovar ha l’intelligenza necessaria a non rimanerne vittima: appena la Movida si trasforma in un cadavere alimentato artificialmente per opportunità commerciali, Almodovar se ne distacca prontamente e cerca nuove strade.

Film per film, Almodovar interviene su aspetti generali, così come su minuzie tecniche. Sulla vita privata è invece discreto, ma non reticente, come quando prende le distanze dal potenziale autobiografico di La mala educacion: «Ciò che sono intimamente, è ciò che ovviamente ha nutrito i miei due ultimi film. Non c’è né la volontà di nascondermi, né di espormi».

Nascondersi sarebbe inconcepibile per chi aveva fatto della sua presenza chiassosa e kitsch il trampolino di lancio negli anni della Movida, nonché lo strumento di compensazione delle ristrettezze e delle inibizioni giovanili (il regista dichiara senza mezzi termini che il suo cinema non è altro che il trionfo di tutto ciò che gli era mancato – o gli era proibito – durante l’infanzia). Il gusto del kitsch è del resto anche una forma di rielaborazione e di esorcismo dell’influenza che la religione cattolica ha avuto sulla sua formazione (Almodovar mette ripetutamente in relazione le due cose, come aveva fatto soprattutto in L'indiscreto fascino del peccato), il cui immaginario iconografico (la messa come forma di teatro) continua ad affascinarlo. Ma è anche il frutto della frequentazione assidua del cinema popolare, cui deve anche la scoperta dell’eros: «per quanto riguarda la scoperta della sensualità, del sentimento carnale, la devo ai film di Ercole e a tutti i peplum italiani».

Dichiarato da sempre, Almodovar ha riempito i suoi film di ogni genere di ambiguità sessuale, e ha eletto il desiderio a nume tutelare dei suoi personaggi (El Deseo è anche il nome della casa di produzione che ha fondato con il fratello Augustin): da questo punto di vista, è significativo che si pronunci senza mezzi termini contrario allo psicoanalisi.

Almodovar, com’è suo tipico, non si dilunga in disquisizioni sociologiche, ma si limita a rievocare brevi episodi però ricchi di significati (come quando durante la messa, da ragazzino, tramite sguardi ammiccanti dedicava i suoi canti ai compagni più piacenti) e a inanellare dichiarazioni semplici quanto acute, come quando, commentando Tutto su mia madre, afferma di aver ritratto il rapporto tra Manuela e Lola in modo che lo spettatore lo vedesse «come una cosa naturale», e precisa: «Non che lo vedesse in modo tollerante, ma che gli sembrasse naturale».

Quasi tutti i suoi film, del resto, si possono vedere come studi di famiglie alternative, fondate su rinnovate e liberate relazioni interpersonali: «Se c’è una cosa che caratterizza i tempi in cui viviamo, è proprio la distruzione della famiglia. Adesso è possibile creare un nucleo familiare con altri membri, altri rapporti, altre relazioni biologiche. E le famiglie devono esser rispettate in ogni caso, perché l’essenziale è che i membri della famiglia si amino». E se questi complessi edifici famigliari funzionano è di solito per merito delle donne, alle quali Almodovar ha sempre dedicato uno sguardo privilegiato ritenendole capaci di una solidarietà cui gli uomini non sono in grado di accedere. Nonostante ciò, è nello psicopatico Juan di La legge del desiderio che ritiene di aver ritratto il suo personaggio più tenero e sentimentale: una convinzione che dice tutto (compresa la nostalgia per Banderas, l’attore che aveva scoperto e lanciato).

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