Mai asciugare le lacrime senza guanti

2 luglio 2013

Questa miniserie svedese è il miglior lavoro di finzione ambientato negli anni dell’avvento dell’Aids dai tempi di Angels in America.

Le tre puntate raccontano la discesa a Stoccolma del diciannovenne Rasmus, ansioso di iniziare finalmente a vivere la sua sessualità sottraendosi alle derisioni dei compagni di liceo, all’ambiente asfittico del paesello natio, alla famiglia impaurita da provinciali imbarazzi. Ma Rasmus inizia a frequentare i luoghi di battuage della capitale nel momento sbagliato, e cioè proprio quando comincia a diffondersi l’epidemia di quella che è ancora una malattia senza nome, dalle cause misteriose e dalle oscure risonanze millenariste, capace di diffondere rapidamente il panico (cui fa riferimento anche il titolo della serie, “mai asciugare le lacrime senza guanti”, che è la raccomandazione data a un’infermiera di buon cuore all’inizio della prima puntata). Tra un’avventura e l’altra Rasmus conosce il coetaneo Benjamin, cresciuto a Stoccolma ma in una famiglia altrettanto claustrofobica, composta di testimoni di Geova. Tra i due nasce un amore intenso che costerà a Benjamin l’allontanamento dalla famiglia e dalla comunità religiosa.

I due giovani devono il loro assestamento alla guida del navigato Paul, giovane flamboyant, sedicente ebreo, esperto di kitsch cattolico, boa di struzzo e camp. Insomma un sobrio Wilde nordico alla guida di un manipolo di amici immersi nella vita notturna della capitale (ovvero nel suo unico club gay, nelle prime discoteche, nelle zone di rimorchio più canoniche), ma dediti anche ad altri ludi che ci restituiscono il colore di un’epoca, come feste di Natale a base di opera lirica e visioni collettive di Dynasty.

Il racconto è gestito con dosi controllate di melodramma, che si divide la scena con quintali di nostalgia, sprazzi di commedia e una giusta quantità di romanticismo, anche grazie all’alternarsi continuo di piani temporali diversi: l’infanzia di Rasmus e Benjamin; la loro adolescenza, prima di incontrarsi; gli anni della loro relazione; quelli della malattia; e infine il presente, dal quale Benjamin narra le vicende, unico sopravvissuto del gruppo benché sieropositivo egli stesso. Il tutto è sostenuto da uno sguardo lucido e realistico, che porta a una rievocazione puntuale del clima, della cultura e della società di quegli anni.

Chi è abituato a pensare alla Svezia come a un mondo alieno e sessualmente disinibito, libero e all’avanguardia, si stupirà nel vederla ritratta con toni a noi tanto familiari: vi si ritrovano infatti consonanze profonde con la sottocultura omosessuale che ci è più vicina. L’omofobia della provincia, le paure e il moralismo suscitato dalla malattia, la derisione e il gelido distacco del sapere medico, le ipocrisie e le meschinità di molti parenti, nonché la solitudine crescente di chi è sopravvissuto vedendo morire buona parte dei suoi amici, non hanno nulla di diverso da quanto è stato familiare a tutti gli omosessuali che hanno vissuto nella loro maturità gli anni Ottanta, indipendentemente dal paese in cui sono cresciuti e in cui si sono trovati ad affrontare l’avvento dell’epidemia. La terza puntata funziona pertanto come una lunga, commovente e universale elaborazione di un lutto generazionale e comunitario, senza eccessi e senza reticenze, di dignità e sobrietà esemplari.

Poi, se è vero che la Svezia degli anni Ottanta presentava similarità persino con l’Italia, è anche vero che la situazione non era comunque la medesima, e tanto meno lo è ora: lo scarto di civiltà si vede anche dal fatto che Torka aldrig tårar utan handskar è stata prodotta dalla SVT, come dire la RAI.

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