Angels in America

26 gennaio 2005

Negli ultimi dieci anni Angels in America negli Stati Uniti ha goduto di un successo enorme, sia di critica (si è guadagnato il Premio Pulitzer e un Tony Award) sia di pubblico, un successo rinnovato dall'ottima miniserie televisiva confezionata dalla HBO nel 2003. Un trionfo pienamente meritato: Kushner scrive molto bene, senza mai eccedere in letterarietà, e nonostante le prese di posizione nette, forti e anche risentite, che riflettono pienamente l'autore (ebreo, gay, di sinistra), evita accuratamente la retorica e con la sua scrittura ormai pienamente matura e splendidamente ironica può permettersi di sparare a zero sulla società americana, sulla cultura ebraica e su quella cristiana, sulla giustizia e sulla politica.


Dopo aver ambientato il suo primo dramma, A Bright Room Called Day, sullo sfondo dell'ascesa del nazismo, Kushner si è rivolto ai primi anni dell'epidemia di AIDS per disegnare un quadro epico di grande respiro, dove realtà e visione, cronaca e allegoria si fondono splendidamente. Il suo sguardo lucido e partecipe è capace di trasformare la tragedia dell'epidemia e del suo impatto sulla comunità gay in una riserva di energia e in un rinnovato motivo di lotta.


L'intreccio lega due coppie, quella composta dai mormoni Joe, omosessuale velato, e Harper, «a mentally deranged sex-starved pill-popping housewife» (atto I, scena VIII), e quella composta da Prior e Louis, due gay trentenni. Harper lascia Joe quando capisce che è gay, ma solo perché possa vivere la sua vita e nella speranza di iniziarne lei una nuova, perché di compensare con le pillole l’astinenza dal sesso non ne può più. Louis invece abbandona Prior quando l’AIDS si manifesta in modo troppo violento per il suo stomaco delicato. E Prior, in compenso, viene scelto da un angelo per fare da nuovo profeta, decisamente controvoglia.

Sullo sfondo ci sono una trentina di altri personaggi, legati insieme da un complesso incrocio di destini e dal frequente ricorso alla divisione del palcoscenico, dove si svolgono simultaneamente due o anche tre azioni ambientate in luoghi differenti.


Nonostante i suoi personaggi a tuttotondo, alcuni dei quali (come il potente avvocato Roy Cohn o Ethel Rosenberg) realmente esistiti, Kushner sfrutta abilmente anche una certa “tipicità” romanzesca opponendo il puro male e il puro bene, Roy Cohn/Faust, che ha siglato un patto col diavolo di cui non ha più paura, e Prior/Parsifal, l’uomo puro (tanto da non esserne nemmeno consapevole) scelto per una missione più grande di lui. Ed è questa scelta a rendere Angels in America un'opera straordinariamente, visceralmente coinvolgente, nonostante la sua complessità e la quantità di temi affrontati.


Il principale dei quali è quello del cambiamento, dell’eterno fluire delle cose, della fine come premessa inevitabile di un nuovo inizio: tutti i personaggi sono sradicati, condannati all’instabilità e perennemente in viaggio, come l’ebreo che rise di Cristo.

Centro dei movimenti centrifughi è Prior: gli sta vicino chi lo deve fare per professione, medico, infermiere o angelo che sia. L’AIDS è la Verità che muove i fili e gestisce i movimenti di fuga e di attrazione: è ciò che accomuna (la peste che mette in collegamento con gli avi) e ciò che attrae nel letto di malattia Cohn e Prior, accomunando Bene e Male, che non si affrontano mai direttamente.


Ma non è solo né tanto una questione di metafisica, quanto di ideologia: dichiarare l’impossibilità della conservazione è anzitutto una presa di posizione antirepubblicana e, in particolare, antireaganiana (Reagan era già l’obiettivo polemico di A Bright Room Called Day). E infatti il repubblicano Cohn, il male puro (nuova incarnazione di Herr Swetts, il diavolo di A Bright Room Called Day, pure lui malato e stanco), è l’alfiere della Stasi, colui che sfrutta i suoi contatti perché lo cose non cambino. Potentissimo ma in lento declino, Cohn, da buona velata di alto lignaggio sociale, ha elaborato tutta una sua teoria per giustificare la sua scelta, che espone in una delle scene fondamentali del dramma, quando spiega al suo dottore che lui non è omosessuale, bensì un «heterosexual man who fucks around with guys». La differenza? I contatti. Gli omosessuali, spiega Cohn, sono quelli che non hanno contatti, non conoscono nessuno e nessuno li conosce: «homosexuals are men who in fifteen years of trying cannot get a pissant antidiscrimantion bill through City Council». Lui invece ha i contatti, quindi non è omosessuale, ma è promosso al grado di “eterosessuale che se ne va in giro a scopare con i ragazzi”. Lui conosce il numero della moglie del presidente, con una semplice telefonata si ritrova il frigo pieno di AZT, saltando una coda di due anni di attesa. Lui non si fa nemmeno sfiorare dal problema che gli omosessuali non hanno contatti perché quando li hanno, come lui, smettono di definirsi tali. E’ proprio questa la sua teoria: promozioni all’interno della catena alimentare. Le parole, lo si ripete dall’inizio, sono importanti. Le parole definiscono il livello delle persone nella scala politica. Sembra che stiano a indicare con chi vanno a letto, ma non è così. Reagan odia gli omosessuali, ma non gli “eterosessuali che vanno in giro a scopare ragazzi”.


Invece Joe, da buon represso, è ossessionato da qualcosa di più concreto, il sesso, tanto che la sua fuga lo porta ironicamente in una serie di luoghi tradizionali di battuage, senza che se ne accorga: conosce Louis in un cesso, non si accorge delle avances che Cohn gli fa di notte in un bar, fa coming out con la madre per telefono da un luogo di battuage nel parco, lo stesso posto dove Louis cerca di espiare i suoi sensi di colpa offrendosi a un leather mammone. Nemmeno casa sua, del resto, è un luogo sicuro per fuggire al sesso che lo terrorizza: la moglie infatti prende lezioni di pompini alla radio da una gentile vecchietta con l’accento tedesco.


Joe è ossessionato anche dagli angeli, e come nella tavola illustrata della Bibbia che lo perseguita nei suoi sogni, ogni personaggio è in lotta con il proprio angelo. Nel caso di Prior non si tratta nemmeno di una metafora, ma Joe, non molto diversamente, deve lottare contro una religione che lo ha costretto a una vita di falsità (in misura diversa, fa lo stesso sua madre, tra metafora e non). Così Louis è alle prese con una religione, l’ebraismo, che si ostina a non compiacerlo in niente: non giustifica la sua paura della malattia, né gli offre una visione rassicurante dell’aldilà. Louis tenta invano di interpretare il ruolo di Prior, vorrebbe essere l’eletto ma, come gli spiega il rabbino sempre più infastidito, le sacre scritture non hanno niente da dire su una persona come lui. Louis, come tutti, deve fare fronte alla condanna del passato, all’impossibilità di gestire il presente o di progettare il futuro senza tenere conto di un’eredità non scelta. E' solo un venditore di fumo e i suoi monologhi non incantano nemmeno Belize, l'amico infermiere. Il potere demiurgico del Verbo è riservato a Cohn, mentre le visioni sono un dono e una condanna di Prior e di Harper che, non a caso, in una scena bellissima si possono incontrare finendo uno nel sogno dell’altro, senza essersi mai conosciuti.


Ironicamente (a dispetto di chi ha visto nell'AIDS una malattia morale e millenaria) le ossessioni di Joe, sesso e angeli, non sono accomunate a caso. L’unico punto di contatto tra aldilà e mondo terreno, alla fine, è il sesso. L’aldilà si manifesta infatti, chiassosamente, sotto forma di un angelo ninfomane e conservatore che non riesce a convincere Prior a conformarsi alla sua parte, ma riesce solo a procurargli un orgasmo. E poi deve confessare che il Paradiso sta andando in pezzi perché Dio, imitando gli uomini, si è messo pure lui in viaggio e dal 1906 non si è più visto. L’aldilà è semplicemente il regno della Stasi. L’angelo non annuncia alcuna Verità, mendica solo la fine del movimento, che quindi alla fine è ciò che caratterizza tutti gli uomini. Che l’aldilà sia solo una creazione di coloro i quali non riescono ad affrontare razionalmente le proprie disgrazie, che rappresenti la nemesi delle loro colpe, la consolazione delle loro sfortune, il ritorno delle loro rimozioni o ancora un disperato sforzo di cercare un senso all’esistenza, poco conta. Il punto è che la Stasi è semplicemente impossibile, così come la giustizia non è definitiva, spesso è solo un gioco (come nel caso di Prior, che mette sotto processo l’amore di Louis per sentenziarne infine l’inconsistenza) e sembra sempre più difficile, se non impossibile, trovare un senso a un mondo che si trasforma e si muove incessantemente e nel quale nulla, per definizione, può rimanere com’è.


Il disfacimento della coppia segue il disfacimento inevitabile di tutti i concetti della conservazione, primo fra tutti la famiglia, polarizzata tra la “Familia” mafiosa di Cohn e la famiglia «in the larger sense» di Prior 2. In entrambi i casi si tratta di concetti politici: giochi di potere, appoggi e contatti nel primo caso, politiche razziali (contare o non contare i “bastardi”) nel secondo. Ma la “famiglia” vera e propria è collassata: «He hasn’t got a family», sentenzia Prior I del suo postero, anche se non ha ancora capito perché, visto che viene dal XIII sec. e quando Prior cerca di spiegarglielo finisce col dare luogo a un equivoco:

Prior: «I’m gay»

Prior I: «So? Be gay, dance in your altogether for all I care, what’s that to do with not having children?»

Prior: «Gay homosexual, not bonny, blithe and… never mind»

Al solito, le parole contano. Prior I ci arriverà solo vedendo il discendente ballare con il fantasma di Louis: «Hah. Now I see why he’s got no children. He’s a sodomite». L’equivoco squisitamente linguistico (ma quindi concettuale, ideologico, culturale) viene infine chiarito. Dunque Prior non ha una famiglia, perché è gay, e perché la sua famiglia - Louis - se ne è andata. Ha una famiglia solo nel senso “più ampio”, una famiglia come lignaggio.


Il fatto che il significato delle parole fluttui continuamente, mutando nel tempo o assumendo significati differenti a seconda di chi le usa, è solo uno dei molti modi con cui Kushner ribatte la sua idea, in fondo molto semplice: ricorrendo ora al sarcasmo ora a veri e propri attacchi frontali, lo scrittore fa piazza pulita di tutto ciò che rappresenta la conservazione (politica repubblicana, religione, famiglia, ecc.) sostenendo che il cambiamento è proprio dell'uomo, è ciò che lo caratterizza e quindi, semplicemente, ciò che gli si oppone è inevitabilmente condannato a fallire, mentre le forze sociali che spingono verso il cambiamento sono destinate a trionfare. Insomma, Kushner ne è convinto, a vincere la partita saranno alla fine gli omosessuali, non "gli eterosessuali che vanno in giro a scopare ragazzi". Amen.

Per chi volesse approfondire rimando a un mio saggio disponibile online.

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