Uno dei peggiori D'Amato di sempre

14 luglio 2013

Joe D’Amato (al secolo Aristide Massaccesi) è stato indubbiamente uno dei più importanti registi di b-movie italiani: un abilissimo artigiano dotato di un grandissimo fiuto per gli affari e della capacità di confezionare film dignitosi con pochissimi soldi. Film commerciali che per attirare l’attenzione dello spettatore sfruttavano i generi e i filoni che più andavano di moda, aggiungendo spesso una buona dose di erotismo, elemento che è sempre stato di forte richiamo nel cinema popolare non solo italiano.

Se l’abilità di D’Amato nel mettere in scena film erotici era risaputa dobbiamo constatare che il genere comico risulta essere quello più lontano dalla sue corde. Di sicuro Il ginecologo della mutua può essere annoverato non solo fra i peggiori film di D’Amato ma anche fra le commedie sexy meno riuscite degli anni '70.

Franco Giovanardi, il personaggio interpretato da Montagnani, all’inizio è presentato in maniera molto positiva: onesto, preparato nel suo lavoro, soprattutto sembra incorruttibile, anche perché talmente ingenuo da essere incapace di sfruttare la situazione a proprio favore. Poi però man mano che la trama prosegue e il nostro eroe viene a contatto con il mondo corrotto di Lo Bianco e del suo avvocato (interpretato da un Mario Carotenuto sempre simpatico anche se mal servito da una sceneggiatura che non ne sa sfruttare la vis comica), Montagnani si lascia corrompere diventando disonesto come il suo predecessore.

Ovviamente il tentativo è di richiamare un personaggio simile a quelli interpretati da Alberto Sordi nella serie “il medico della mutua” et similia, qui però la satira sociale che caratterizzava le pellicole di Sordi è totalmente assente: alla fine il messaggio è che essere corrotti e andare a letto sistematicamente con tutte le proprie clienti è una cosa positiva. D’altronde, come viene fatto notare un po’ per tutto il film, Giovanardi è un vero uomo, non una checca.

Da un punto di vista tecnico il film è incredibilmente sciatto anche per una produzione di D’Amato: girato di fretta, senza la minima cura, caratterizzato da una fotografia quasi amatoriale; questi e altri difetti lo rendono esteticamente più simile a un porno di terz’ordine che a una commedia all’italiana.

Nella pellicola sono presenti due sequenze con personaggi omosessuali. Nella prima, piazzata quasi all’inizio del film, scopriamo che la moglie di Giovanardi, che di lavoro fa l’archeologa, collabora con un effeminatissimo e alquanto antipatico mercante d’arte.

Nei pochi minuti in cui il personaggio appare in scena Montagnani lo bombarda con un fuoco di fila di battutine e allusioni canzonatorie davvero rimarchevoli: d’altronde si sa che in questi film uno dei compiti del “vero maschio italiano”, oltre che cercare di portarsi a letto il più grande numero possibile di donne, è di dileggiare e ridicolizzare i personaggi gay (o semplicemente effemminati). Così l’omosessuale viene definito tombarolo, invertito, “checca da salto con l’asta” fino ad essere chiamato anche “la sorella di Babbo Natale” dato che lascia l’appartamento con un grosso sacco pieno di rari reperti archeologici. Il tutto sotto gli occhi della moglie di Giovanardi che si guarda bene dal spendere anche mezza parola in sua difesa, anzi sembra alquanto divertita dalla situazione.

Una seconda scena vede invece come protagoniste due lesbiche. Veniamo a scoprire che una delle pazienti di Lo Bianco, moglie di un facoltoso industriale e come tutte le altre clienti che frequentano lo studio di ginecologia affetta da evidenti tendenze ninfomani, è in realtà da anni in “coppia” con un’altra donna, una piacente signora tedesca che vorrebbe liberarsi del marito di lei per venire allo scoperto e vedere riconosciuto anche dalla società il loro “matrimonio”.

In un corto ma interessante dialogo scopriamo così che è proprio l’italiana a non voler modificare la dinamica del rapporto, dato che a lei “un marito serve per salvare la faccia”, oltre per assicurare a entrambe l’agiatezza economica. Alla fine l’amante teutonica si convince anche se si lascia sfuggire un surreale “fino quando andrà avanti questo schifo di matrimoni misti fra uomini e donne?”

Il tutto termina con un castigatissimo bacio fra le due, fin troppo castigato, ci verrebbe da pensare, dato che in film del genere l’elemento saffico viene spesso utilizzato come “richiamo” per l’allupato spettatore medio italiano e non solo, dato che il film è stato venduto in mezza Europa.

Nota a margine: in pratica Il ginecologo della mutua è stato l’ultimo film di Aldo Fabrizi che dopo preferì abbandonare il cinema. Le scene che lo riguardano sono anche abbastanza divertenti e tutto sommato le meno volgari del film, è però chiaro che la sua comicità raffinata e sorniona si coniugava male con film come questi il cui umorismo era molto più “da caserma”.

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Il ginecologo della mutuaAndrea Meroni
02/10/2015

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