Il ginecologo della mutua

2 ottobre 2015

Quando si comincia a esplorare il genere della commedia scollacciata italiana degli anni Settanta, ad ogni nuova visione ci si può illudere di aver individuato una nuova vetta nell'ambito del disprezzo del politically correct.

Con Il ginecologo della mutua il leggendario Joe D'Amato dà il suo modesto, modestissimo contributo a un'impareggiabile produzione di film maschilisti – e marginalmente omofobi – che ogni tanto si è pure permessa di far pronunciare alla Edwige Fenech di turno una ramanzina femminista di fronte al maschietto voglioso a cui sta per concedersi, come succede in L'insegnante va in collegio, del '78. Per fortuna Joe D'Amato non lancia il sasso e tira indietro la mano, come fa invece il più sofisticato (...) Mariano Laurenti nel film appena citato.

All'inizio de Il ginecologo della mutua, un gruppo di femministe mima con le dita le fattezze dell'organo genitale femminile, manifestando dinnanzi all'edificio che ospita un convegno di specialisti del settore, i quali passano di fronte alle attiviste senza degnarle di uno sguardo: loro sì che le conoscono, le donne, e sanno che il libero amore non spodesterà mai la più collaudata e non meno attraente tradizione delle corna.

Nei prime cinque minuti la trama si è già bella ed esaurita: Renzo Montagnani, il ginecologo Giovannaldi (cognome omofono di Giovanardi – che bella coincidenza!), viene cooptato da un suo collega (Massimo Serato) con una clientela sceltissima ma perseguitato dai creditori perché faccia le sue veci in studio per qualche mese. Montagnani si dovrà prodigare quindi per soddisfare le pazienti mutuate e le facoltose frequentatrici dello studio di Serato, la cui segretaria (Paola Senatore) spiega al sostituto del suo principale: «Sono capricciose, malate immaginarie, chiacchierone e, se la cosa può interessarla, alcune sono anche disponibili». Montagnani fa quindi una domanda oziosissima: «Senta, ma c'è anche qualcuna che viene perché ha bisogno del ginecologo?». Manco a dirlo, le clienti sono il ritratto della salute.

Il film prosegue con apparizioni di ninfomani di ogni età, che ricattano il malcapitato dottore in cambio di favori sessuali; nei due studi di Giovannaldi sfilano astrologhe, vedove sicule e mogli inappagate che regalano ai mariti frustini in pelle d'ippopotamo (che rimangono tragicamente inutilizzati). C'è persino una Lolita di borgata che insidia il settantenne suocero di Montagnani, impersonato da Aldo Fabrizi, che recita le sue battute con l'ambizione di non sembrare imbarazzato.

Montagnani, in rappresentanza del vero maschio italico, sbertuccia un collega di sua moglie, un archeologo spilungone con la erre moscissima che viene definito cripticamente «una checca da salto con l'asta». Per tre interminabili minuti, lo sventurato – che appare totalmente indifferente – viene apostrofato con battute di sconvolgente banalità (la più sobria è «Apri il buco che tu sei bravo», mentre tiene aperto un sacco).

In base alla legge che “chi va con lo zoppo impara a zoppicare”, salta fuori che anche la moglie di Giovannaldi non è “tutta giusta”; ha infatti un'amante lesbica (con immancabile accento esotico) che la implora di divorziare per restare sola con lei, e sbotta: «Fino a quando andrà avanti questo schifo di matrimoni misti tra uomini e donne?».

I momenti fin qui elencati sono i più alti del film, una delle tante pellicole in cui la bravura di Montagnani (pagato in zinne) finisce per essere impercettibile. Il virtuosismo più vistoso che D'Amato si concede è racchiuso in una perla di montaggio: due ricche pazienti spettegolano sulle virtù del loro caro dottore; in corrispondenza con la parola “superdotato”, Montagnani viene inquadrato dal basso in alto, mentre fa oscillare una mazza da golf tra le gambe. Neanche Orson Welles...

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