Notre-Dame-des-Fleurs

25 agosto 2013

Genet scrisse in carcere, tra il 1941 e il 1942, questo suo primo romanzo che vide poi la luce grazie all’interessamento di Cocteau, il quale ne era rimasto folgorato pur giudicandolo impubblicabile (lui che non aveva mai scritto nulla di esplicitamente gay per non offendere la mamma) per via dell’erotismo scoperto e dei personaggi imbarazzanti (travestiti e checche non erano di suo gradimento). Nel suo Diario nondimeno annotava che Genet aveva creato «di sana pianta la mitologia dell’omosessualità». La vicenda editoriale fu lunga e martoriata, con una prima uscita anonima e senza nemmeno l’editore, in poche copie semiclandestine nel 1944, una seconda edizione a bassa tiratura nel 1948 e infine l’inclusione, con gli altri romanzi, nell’opera omnia data alle stampe da Gallimard nel 1951 previa revisione autocensoria dell’autore.

Notre-Dame-des-Fleurs è un romanzo picaresco come poteva concepirlo Genet, e cioè con personaggi tutti appartenenti al piccolo mondo della delinquenza giovanile parigina, tutti omosessuali e tutti ritratti con una simpatia proporzionale al grado di abiezione da essi raggiunto.

Nonostante il romanzo non sia intitolato a lui, ne è protagonista il giovane prostituto Divine, quello che oggi si chiamerebbe una sfranta. Effeminata pasionaria del sesso, Divine è un travestito perennemente sull’orlo di un collasso isterico, che parla solo al femminile (prega persino dicendo: «Madre nostra che sei nei cieli…»), è ossessionato dall’aspetto e di conseguenza dall’invecchiamento, è eccessivo come il buon camp di una volta, o almeno abbastanza da farsi sempre notare («Quattordici luglio: dappertutto il blu, il bianco, il rosso. Divine, per delicatezza verso i colori disprezzati, indossa tutti gli altri»). Soprattutto, Divine è passivo in tutti i sensi possibili del termine e anzitutto sentimentalmente, incapace com’è di resistere ai richiami dei sensi tanto quanto di scansare agli amori sbagliati. Inevitabilmente la sovrapposizione di tutti questi tratti crea cortocircuiti spassosi, in cui si confondono inestricabilmente il culto per la bellezza maschile, un sesso che non conosce inutili inibizioni e una mistica alquanto secolare, buona giusto per assecondare una radicata vocazione al melodramma:

Discorrendo con se stessa di Mignon, Divine dice, congiungendo le mani nel pensiero:

«Lo adoro. Quando lo vedo disteso tutto nudo, mi vien voglia di dir messa sul suo petto».

Mignon ha impiegato un certo tempo prima di abituarsi a parlare di lei, e a parlarle, al femminile. Alla fine ci riuscì, ma senza ancora tollerare che lei gli si rivolgesse come a un’amica, poi, a poco a poco, si lasciò andare e Divine osò dirgli:

«Sei bella», aggiungendo: «come una verga».

Divine muore nelle prime pagine della più romantica delle malattie del secolo precedente, la tubercolosi. Genet ne ricostruisce poi a ritroso l’esistenza con affetto e insieme con demistificante ironia, alternando le vicende del presente con quelle dell’infanzia. Le prime contemplano gli scontri con i colleghi mediante sguaiati diverbi al femminile e martiri abbelliti dal loro gergo personale. Si collocano qui anche le passioni, le gelosie, le delusioni, la decadenza. Nel passato vi sono invece i ricordi della famiglia e quelli del primo amore, un ladruncolo eterosessuale cui Divine usava concedersi prima che si facesse uccidere.

Ma il grande amore della sua vita Divine lo trova in Mignon, il magnaccia con cui ha una lunga relazione. Ciò non gli impedisce di coltivare altri amori, e in particolare quello per il figlio sedicenne di Mignon, Notre-Dame-des-Fleurs (ma la parentela è ignorata dai personaggi). È a lui che, oltre al titolo, è dedicato il pezzo più virtuosistico del romanzo, un processo dai rintocchi surreali e caricaturali con cui Genet elabora l’ansia dei suoi contenziosi aperti con la giustizia.

Com’è nel suo stile, Genet intreccia dunque vari livelli narrativi e temporali, nonché vari gradi di invenzione e autobiografismo, in uno dei quali trova posto anche il narratore, che si prende la libertà di soffermarsi sovente su se stesso, sui propri procedimenti compositivi, sulle sue intenzioni e sul suo sforzo di immaginazione, giacché (al di là di possibili spunti autobiografici) i personaggi sono inventati mano a mano a partire dai ritagli di giornale che addobbano le pareti della sua cella.

La costruzione è meno tortuosa e meno radicale di quella che si troverà altrove, ma la prosa è in compenso più florida. Genet se ne dispiacque in seguito, temendo di aver esagerato in lirismo, ma l’affettazione retorica crea un contrasto efficace con la materia narrata. Certo non vi è nulla che possa stare alla pari di un’invenzione monumentale – nel suo carattere grottesco – quale sarà la sodomizzazione di Hitler da parte di un gamin parigino, cuore di Pompe funebri, trenodia per l'amato Jean Decarnin. Né Genet spinge fino all’esasperazione certe ossessioni un po’ disturbanti quali il cannibalismo, la scatologia o la celebrazione dell’omicidio, che pervaderanno per intero appunto Pompe funebri. Non che manchino la fisicità o la celebrazione della propria sostanziale amoralità, ma il contenimento di questi eccessi, se fa di Notre-Dame-des-Fleurs un esito certo meno estremo e forse anche meno compiuto dei successivi romanzi, lo rende al contempo più avvolgente nel suo carattere di ballata tragicomica costruita intorno a un gruppo di personaggi che in qualche pagina sembrano uscire da un romanzo di Copì anziché di Genet.

La fioritura dell’eloquio fa inoltre da opportuno contraltare a quelle descrizioni erotiche oltremodo esplicite che già in questo primo romanzo rappresentano la firma più riconoscibile di Genet, nelle quali la pignoleria anatomica non è mai gratuita né esteriore descrizione di semplici interazioni corporali, come accade nella pornografia, bensì occasione per trasformare anche i dettagli più crudi in una fenomenologia dell’umano che proprio nel sesso trova i momenti più sublimi di altruismo e di simbiosi («adoro questo miracolo che sempre mi turba e mi meraviglia: l’istante e il punto preciso in cui due si fondono in uno», dice Divine). Dopotutto, la grande epifania dell’esistenza di Divine consiste nell’apprendere, contemplando un tabernacolo che gli appare «come una patta sbottonata», che tutto, da Dio fino ai soldatini di piombo, non è altro che «un semplice buco, con qualcosa intorno».

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