Animals

17 novembre 2013

Anche se dietro si sentono un po’ troppo Donnie Darko e quattro o cinque altri film, questo ambizioso esordio nel lungometraggio di Marçal Forés cerca un suo tono curioso nel raccontare la vicenda travagliata di un adolescente in difficoltà. I film su personaggi sventurati rischiano però sempre di raffreddarsi in misura proporzionale al numero di sfortune accumulate, ed è quanto accade anche ad Animals.

Che Pol, nonostante i suoi 17 anni, abbia tali problemi emotivi da necessitare ancora di un amico immaginario, nella forma di un orsacchiotto che lo segue, gli parla (in inglese e con voce sintetica), lo consola e suona la batteria con lui, va bene. Che questi problemi siano dovuti probabilmente al fatto che è orfano e vive solo con un fratello con cui per qualche ragione non chiarita non riesce a comunicare, già basterebbe. Comincia a essere un po’ troppo che il ragazzo sia pure gay e – benché lo sappiano tutti, a nessuno importi e il suo migliore amico lo incoraggi – non si decida a farsene una ragione, pasticciando invece con la sua migliore amica (la quale continua a sperare: non si sa mai, magari quando smetterà di parlare con l’orso…). Che, ancora, quando Pol finalmente si innamora di un ragazzo, questi si riveli uno psicopatico masochista con l’hobby si tagliarsi le vene, pare ormai grottesco anche a fronte della vena surreale che percorre tutto il film. Andrebbero poi aggiunti i molti problemi di molti altri compagni di scuola di Pol.

È vero, come vuole l’adagio, che le sfortune non vengono mai sole, ma nemmeno necessariamente in cumuli orgiastici. Un simile eccesso di magagne post-puberali distrae dalle stesse e interferisce con quei meccanismi di identificazione che sarebbero necessari per provare empatia nei confronti di Pol. Di conseguenza assistiamo alla sua parabola più incuriositi dall’impostazione fantasiosa del racconto che toccati dalle disavventure del protagonista, il quale ci rimane in fondo piuttosto estraneo, persino nel finale dove l’alternanza di realtà e visione dovrebbe raggiungere livelli vertiginosi in parallelo col precipitare della vicenda.

Forés finisce col non approfondire nulla facendo della sua scuola anglofona in Spagna addirittura un distaccamento farneticante di Columbine, per metà parodia, per metà delirio immaginoso, per metà dramma reale. E tre metà fanno molto più di un intero: la sceneggiatura risicata non riesce a cuocere a dovere la troppa carne al fuoco, sicché se ne ricava infine l’impressione che a Forés importi più la forma del racconto (la fotografia è particolarmente curata) che la sostanza dei problemi di Pol.

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