L'en-vie d'Adèle. Industria del cinema e creazione della realtà

18 novembre 2013

Abbiamo detto tanto sul film vincitore di Cannes, su come si siano recepite le immagini delle due protagoniste, su come abbia raffigurato il lesbismo, su quanto sia stata utile, o no, questa operazione alla “visibilità lesbica” e alla “battaglia per i diritti civili”.
Ma forse vale la pena di dire due parole riassuntive di come l’industria del cinema e dei media in generale costruisca la realtà e di come sia importante essere coscienti di quanto questo incida su chi non ha altri metri di giudizio, poiché nella nostra società la fantasia è già al potere, ma non è la nostra, e non lo è per gioco.
L’autrice del fumetto, la storia dalla quale il regista ha tratto la sua versione, ci aveva già fatto notare (La vie d’Adèle, parla l’autrice) come vendendone i diritti, si fosse messa l’anima in pace sulla manipolazione del suo tema, cosa normale: quando si vende una merce non si può questuare su come essa poi venga confezionata e digerita. Veramente nella sua riflessione si notava delusione per la constatazione di essere stata totalmente esclusa dal processo creativo e produttivo del film ma, si diceva, quando un’opera d’arte va nel mondo (leggi “quando vengono comprati i diritti”) ognuno poi la interpreta come vuole. Giudizio innocente, se si tratta appunto di essere inserite proprio malgrado in una operazione di rilettura industriale del reale o del nostro immaginario.
Singolarmente, non per caso, il fumetto è stato troncato (qualcuno direbbe “castrato” visto che siamo in Francia) di tutte le parti che attribuivano alle figure una personalità reale: la storia della protagonista (il cui nome nel fumetto non è Adèle, cioè l’immagine forgiata dal regista, ma Clémentine) non ha più spessore, il suo desiderio e la sua volontà di avere Emma è appiattito, i suoi genitori non la cacciano, la vita coi suoi amici e nella scuola si riduce a routine. Gli ambienti lesbici sono mutati in territori ostili, la figura della ex di Emma, interpretata dall’unica attrice lesbica reale del film, è distorta e ha un che di volgare.
Strana operazione di “verismo” del regista, consistente nel girare lunghe scene “iperrealiste” tanto che a volte il film sembra un documentario sull’insegnamento nella scuola pubblica francese o sul modo servire gli spaghetti al sugo, … mentre i dati ‘realistici’ della storia del fumetto, anch’essi immaginario ma proprietà intellettuale di una lesbica, vengono manipolati per dar vita ad una visione punitiva del lesbismo.
Perché punitiva? Perché questa passione viene inserita in una serie di luoghi comuni patriarcali: Adèle riscopre la bisessualità nella casualità finale di tradire Emma con un collega (e non con una collega) ma in maniera molto più incisiva del fumetto, in cui il ‘tradimento’ non ha una sua specificità e viene sciolto nella storia, che continua. Non a caso il film, nella sua lunghezza estenuante costituita dalle divagazioni del regista in chiave finto-realistica, decide di consistere in due “capitoli”, anche se il fumetto non è diviso in capitoli.
In questo modo una storia originale che termina con la “punizione” simbolica di una donna amata (e che continua ad amare) è stata tradotta nella storia di una donna che non può sfuggire al desiderio per una che non la ama più, e alle avances maschili. Il lavoro sull’immagine di Adèle fatto dal regista non a caso si concentra sulla corporeità, sul cibo, sulla ossessione quasi maniacale di Adèle per il contatto e il piacere, trasformandola da ragazza innamorata e attiva nella sua soggettività in uno stereotipo della femminilità (avrete notato l’insistenza sui capelli, le labbra, la prosperosità), Adèle è una malata d’amore passiva e dipendente da una lesbica poco comunicativa e appartenente al mondo di ‘quelle coi capelli blu’.
Questo segno incisivo della differenza e della visibilità, presentato all’inizio come dirompente e positivo, viene connotato di aspetti negativi: la lesbica “vera”, che non si interessa ai maschi, è una egoista che pensa solo alla sua arte e al suo mondo di “creativi” nel quale la ragazza bisex non riesce ad integrarsi pienamente. Colpo finale di finto realismo, la professione di Adèle, educatrice: il contatto col materno è evidente, quante belle immagini di bambini e bambine, di fronte alle quali la ragazza senza sopracciglia e coi capelli blu, che alla fine si annoia della sua innamorata e opta per una “finta famiglia” sembra una fredda calcolatrice, tutti elementi sconosciuti al fumetto e che compaiono nel film seguendo il classico copione patriarcale che dipinge le lesbiche come donne sterili e incapaci di veri sentimenti verginali.
Come molte hanno notato, anche l’inserimento finto-realistico del ragazzo arabo che corteggia Adèle, e infine la seguirà nel suo esilio, pare un triste doppio del regista, di origini tunisine, che avrebbe dovuto dimostrare il funzionamento del paradigmatico modello culturale francese e proietta invece strane ombre sull’evoluzione culturale di un paese fortemente maschilista.

Facendo i conti con quanto propagato dai mass media sul film, certo la liceità del rapporto lesbico sembrerebbe avvantaggiata, ma più per quello che si è voluto vedere a partire dal film che per quello che esso, purtroppo, racconta realmente. Uno spettatore/trice che non sia al corrente della vita reale delle lesbiche o della produzione culturale indipendente, certo riceverà dalla visione di questo film una imbeccata moralistica di sottotesto poco incoraggiante. A partire dal sesso, che simbolicamente molti media hanno raccontato come principale preoccupazione narrativa del regista: giorni e giorni di set, spesso deprimente per le attrici, per rappresentare sotto una luce fotoelettrica quello che non poteva inventarsi da solo e che non poteva riuscire peggio. La crudità di una visione semi pornografica consistente in schiaffi sul culo (o alle spettatrici addormentate per noia), dalla quale trapela chiaramente l’esasperazione della attrici costrette a mettere in scena un desiderio irreale, punendosi a vicenda per non saper seguire le fantasie onnipotenti di un maschio diviso tra una avidità romantica e quello che Audre Lorde definirebbe abuso dell’erotismo.
Non è nemmeno un caso che il manufatto dell’industria culturale sia saltato tra mille polemiche (“Il regista rimette le attrici al loro posto”) quando Lea Seydoux, l’attrice che interpreta Emma, si è permessa di rilevare l’ossessione del regista per la resa ‘realistica delle riprese, quel che di incontentabilità e minuziosità che non può mancare quando ci si appresta a reinterpretare la realtà. Le proprie marionette, se obiettano, vengono subito tacciate d’esser figlie di papà, insoddisfatte e irriconoscenti anche quando Lui offre loro il bel mondo di Cannes.
Il tappeto rosso è una linea non immaginaria tra ciò che siamo e come ci rappresentano, un traguardo o una transenna, dipende dai punti di vista.

Sul film, recensioni appassionate di Guazzo e Menolascina, articolate riflessioni della critica cinematografica Manhola Dargis, tentativi di digestione su LezPop, la lettura ottimistica dell’autrice del fumetto Julie Maroh come riportata nelle cronache dell’incontro con lei al Festival Gender Bender 2013 di Bologna.

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