Dietro i candelabri

30 dicembre 2013

Niente è più artificiale del mondo dello spettacolo: questo sembra il messaggio da trarre dalla pellicola di Steven Soderbergh sulla biografia di Liberace. In Dietro i candelabri, il talentuoso e celebre pianista – interpretato in maniera magistrale da un sorprendente Michael Douglas, in odore di Oscar – incarna l’emblema di un kitsch portato all’estremo: kitsch sono i suoi abiti, gli arredamenti della sua casa (con vere colonne romane, come tiene a precisare), i suoi gioielli e, soprattutto, il suo modus vivendi. Manifestamente omosessuale, Liberace amava circondarsi nella sua lussuosa e barocca villa di bei giovanotti, i quali, inizialmente attratti dal luccichio dei riflettori e dalla glamourous life, finivano, poi, per essere cacciati e sostituiti da altri più giovani e aitanti. Questo aspetto sconosciuto della vita del virtuoso musicista ci viene svelato dalla biografia, tradotta ora in una pellicola, prevista inizialmente solo per il canale televisivo HBO, di Scott Thorson (un, a tratti, inebetito Matt Damon), di quaranta anni più giovane, che intrecciò una lunga relazione con Liberace alla fine degli anni Settanta, la quale terminò per vie legali, dopo che egli venne soppiantato da un biondino con la metà dei suoi anni. Thorson, segnato da un passato dominato da famiglie adottive, si affidò completamente alle cure di Liberace e i due vissero per anni una vita di coppia dalle tinte fosche, il cui acme fu raggiunto quando l’amante fu costretto a sottoporsi ad una serie di dolorosi interventi chirurgici al volto perché costretto ad assumere i tratti del vecchio amato in modo da poter sembrare suo figlio. Dietro i candelabri rappresenta, inoltre, uno spaccato del mondo gay negli Anni Ottanta: l’omosessualità di un personaggio pubblico – anche se le similitudini con la contemporaneità sono molte – doveva essere celata a tutti i costi, tanto che Liberace arriva alla parossistica decisione di voler adottare Scott, come se fosse suo figlio, piuttosto che definirlo il suo compagno. Fu una lotta continua contro i mass media quella del pianista di origini polacche e italiane, sia in vita (le numerose querele, tra l’altro vinte, contro il Confidential e il Daily Mirror, che lo tacciavano di essere gay) sia in morte. Liberace, infatti, morì nel 1987 perché aveva contratto l’AIDS, ma il suo manager parlò di complicazioni cardiache, anche se venne sbugiardato dall’autopsia.

Soderbergh ci consegna un quadro desolante del mondo dello spettacolo di quegli anni: tutto è dominato da lustrini, pellicce, paillettes, idromassaggi, ma i veri sentimenti sembrano essere plastificati e indirizzati solo ad un soddisfacimento sessuale. Scott, sebbene subisca il peso della notorietà dell’altra metà, finirà per avere problemi alimentari, di droga e di indentità: la sua devozione e il suo amore sembrano essere profondamente sinceri e il suo attaccamento quasi irreale, anche se dobbiamo considerare come la storia ci sia mostrata solo dal suo punto di vista. L’ottima regia punta all’eccessivo, al cattivo gusto, a tutto ciò che Liberace era sul palcoscenico – un talento unico – e nella vita privata, dietro appunto quel candelabro, che egli amava porre sul pianoforte durante le sue esibizioni. Il risultato è una biografia dorata e irritante, proprio perché di un personaggio dai molti scuri e dai pochi chiari, di un protagonista con cui difficilmente si possa simpatizzare, ma che ha ben incarnato quegli anni, gli Ottanta, di liberazione sessuale, ma ancora di paure sottese e vergogna nell’essere ciò che si era. Un’ennesima dimostrazione che i flash e le telecamere non portano a una conseguente felicità.

Soderbergh si muove sulla linea in cui il giusto e lo sbagliato sono sempre ben discernibili ma non giudica mai le azioni dei personaggi: a mancare, forse, nella storia è un po’ di mordente, un elemento che lasci nello spettatore una sensazione di aver assistito a qualcosa di più di una pellicola patinata e superficiale. Ma da Liberace, sembra dirci il regista, questo è tutto quello che possiamo e dobbiamo aspettarci.

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