UnHung Hero

13 gennaio 2014

Protagonista di questo documentario è Patrick Moote, l’eroe del titolo. Chi era costui? Semplicemente un fanciullo propostosi in matrimonio pubblicamente in televisione, pubblicamente rifiutato dalla fidanzata, conseguentemente stritolato dall’inclemente gogna di youtube. Moote ha poi chiesto spiegazioni del gran rifiuto e la sentenza parlava chiaro: pene troppo piccolo. Il poverino c’è rimasto molto male, com’è comprensibile, e ha deciso allora di girare tutto un documentario sul suo problema, informandone al contempo il mondo che già rideva di lui. Da cui l’“hero” del titolo.

Mi chiedo tuttavia se si tratti più di eroismo o di masochismo. Il documentario si vorrebbe proporre come consolatorio per tutti i minus habentes del pianeta, oscillando tra divertimento e patetismo, ma mi sembra seguire piuttosto la falsariga di quelle non richieste prestazioni da martiri del decostruzionismo, pronti a sacrificare se stessi o la loro salute per sfatare i miti della nostra cultura, sul tipo di Super Size Me. Sottoporsi a dosi crescenti di imbarazzo con amici, parenti, ex fidanzate e sconosciuti, nonché a ogni genere di tortura fisica e morale nel vano tentativo di risolvere il problema, per concludere che forse non è tale solo perché il ragazzo (gay) con il pene più grande del mondo dice che non è pratico nemmeno avere una terza gamba, risulta alla fine più ansiogeno che consolatorio.

Tutto sommato, quello che emerge dal documentario è proprio il contrario di quello che si vorrebbe poter dimostrare, e cioè che le dimensioni contano, almeno fino a un certo punto e per la maggior parte della gente (e non solo per le ragazze, ma anche per una buona parte degli omosessuali intervistati – o evocati – qua e là lungo il documentario). Sicché per trovare un po’ di consolazione il nostro eroe deve andare a farsi malmenare in una sauna coreana, giusto perché ivi la media scende vertiginosamente. Oppure deve corteggiare la piacente commessa di un sexyshop cui sembra non importare troppo (ma questo sa un po’ di artefatto, e non è nemmeno l’unico punto del film un po’ sospetto).

Persino i consigli ricevuti dai più clementi sanno più di consolazione compensatoria che di reale smitizzazione del problema, anche perché in fondo non si va mai oltre l’ovvietà: che il pene non si possa allungare a suon di pastiglie e pompette non richiedeva più dimostrazioni di quante ne richiedesse l’insalubrità del Big Mac. Dobbiamo davvero credere che una persona di intelligenza medio-alta come Moote non ci fosse arrivato?

L’approccio insomma è quello ludico e disinvolto del documentario leggero, che tra interviste più o meno casuali a sedicenti esperti e a venditori di fumo, mette insieme informazioni contrastanti senza affrontare davvero in profondità le due questioni principali, cioè l’entità fisiologica del problema (oltretutto ignoriamo di cosa stiamo parlando esattamente, perché del fantomatico protagonista del film – cioè non Moote, ma il suo pene – non sappiamo in realtà nulla di preciso) e l’aggiuntiva costruzione culturale di un mito tutto moderno. UnHung Hero cerca di toccare entrambe le questioni ma alla fine trascura la prima per concentrarsi a sfatare la seconda, senza riuscirvi davvero. Eppure sarebbe bastato andare un pochino indietro nel tempo per vedere come solo poco più di un secolo fa la cultura borghese e l’estetica classica legata al modello greco esaltassero anche in questo un’aurea mediocritas. Ad esempio, precorrendo di quasi un secolo l’ossessione novecentesca per la misurazione, un medico come Tardieu si era già cimentato con qualche rilevamento sul campo. Uomo dell’Ottocento, andava in verità un po’ a occhio, ma ritenne nondimeno di poter concludere che gli omosessuali avevano membri inusitatamente grandi o al contrario sorprendentemente piccoli, l’importante è che non fossero normali. All’epoca la virilità non si misurava in centimetri, e quelli eccedenti erano considerati non un vantaggio evolutivo o nella gara ansiogena nei confronti del Fallo, ancora tutta da teorizzare, ma piuttosto il risultato di pratiche immorali o l’attributo di razze inferiori.

Esempi e spiegazioni si potrebbero moltiplicare, ma insomma il punto è che se Moote invece di girare il mondo e torturarsi avesse semplicemente letto un po’ di più, avrebbe tratto maggior conforto per sé e un documentario più convincente per gli altri.

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