Lo sconosciuto del lago

11 febbraio 2014

Accantonata la pruderie che ha accolto Lo sconosciuto del lago alla sua première nella sezione Un Certain Regard della 66ª edizione del Festival di Cannes, dove ha vinto la Queer Palm e il premio per la regia Un Certain Regard, la pellicola del regista Alain Guiraudie è un perfetto thriller alla Alfred Hitchcock. Seguendo i dettami del maestro della suspense, il protagonista Franck, come lo spettatore, scopre, fin da subito, chi sia l’assassino che ha turbato la quiete della sponda del lago in cui si recano omosessuali di tutte le età alla ricerca di sesso facile. Ma Franck non è lì solo per cercare un temporaneo divertimento carnale: ciò che sta cercando è amore. Chi scegliere, dunque? Henri, dall’aspetto poco piacevole, ma di gran cuore e abbandonato dalla fidanzata, o Michel, il tenebroso e affascinante moro abbronzato? Appena Michel fa la sua comparsa sulle sponde del lago, Franck non ha più alcun dubbio: l’unico ostacolo da superare è un giovane che sembra essere il compagno dell’uomo. E il caso vuole che proprio quest’ultimo anneghi misteriosamente e che non si tratti di un incidente: nascosto tra gli alberi, Franck vede chiaramente ciò che sta succedendo fra le acque. Eppure tutto ciò non lo ferma dall’iniziare una relazione sessuale con Michel.

Più che l’ingente presenza di nudi maschili, di membri in primo piano, di fellatio e penetrazioni, ciò che più sconvolge è l’interrogativo a cui Guiraudie conduce lo spettatore: quanto siamo disposti ad ingannare noi stessi per amore. Il binomio eros-thanatos è qualcosa che risale ai tempi dei lirici greci, a Saffo, con il suo frammento “Mi sembra simile a un dio..” e, in questo caso, la morte e il pericolo hanno occhi verdi e un fisico statuario. Neppure l’arrivo di un investigatore, che lo mette in guardia sul rischio che sta correndo, ferma la brama di possesso di Franck e, nonostante la morte sia giunta in questo “paradiso”, nessuno sembra esserne così sconvolto. L’indifferenza colpisce più forte di uno schiaffo chi guarda la pellicola: non si fermano il continuo andirivieni di automobili nel parcheggio, il sesso senza sentimento, il disperato che si masturba spiando gli altri. Niente intacca il lago, se non il continuo vento, quasi come se ci trovassimo in un girone infernale, e niente intacca la necessità di sfogare i propri istinti ferini e animali. Franck, seppur in maggiore sintonia mentale con Henri, non riesce a dominare la sua res extensa, e, pur sapendo, continua a dormire con il nemico: è paradossale che, nel finale, sospeso e buio, dopo un altro omicidio, egli sembri ancora anelare a Michel, andando incontro ad una morte certa. Proprio nell’ultima scena sembra raggiunto il compromesso tra morte e amore, ma ciò è a libera interpretazione del pubblico.

Dispiace solamente che, al contrario del Maestro, Guiraudie non ci spieghi il perché delle gesta di Michel, ma, dato il suo fastidio ad un minimo accenno di relazione da parte di Franck, è probabile che sia solo spinto dalla paura di dichiararsi manifestamente gay. Allora potrebbe aprirsi un altro dibattito su quanto sia la nostra società a partorire tali mostri, a costringere gli omosessuali a vivere nella repressione, ma, in questo caso, daremmo troppa rilevanza filosofica ad un film, che rimane un perfetto thriller gay, con meccanismi oliati e una suspense di altri tempi.

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Lo sconosciuto del lagoMauro Giori
19/09/2013

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