The Hours

9 gennaio 2015

Tratta dall’omonimo romanzo, vincitore del premio Pulitzer, di Michael Cunningham, la pellicola di Stephen Daldry ne segue alla perfezione le linee narrative, nel disegnare la giornata ordinaria e straordinaria di tre donne in tre epoche differenti: nel 1923 la scrittrice Virginia Woolf (Nicole Kidman), intenta nella stesura del celebre Mrs. Dalloway, riceve la visita della sorella e tenta la fuga da Richmond in direzione di Londra, la capitale della cultura, che è stata costretta ad abbandonare a causa dei ripetuti crolli nervosi; nel 1951 Laura Brown (Julianne Moore), casalinga infelice e in attesa del secondogenito, prepara la torta di compleanno per il marito Dan, assistita dal figlioletto Richie e, nel frattempo, si dedica alla lettura di Mrs. Dalloway; nel 2001 la editor newyorchese e lesbica Clarissa Vaughan (Meryl Streep), personificazione della Clarissa woolfiana – già a partire dal nome – sta organizzando la festa per la premiazione del suo amico, nonché grande amore, Richard (Ed Harris), gay e malato di AIDS, per la vittoria di un premio di poesia. Come nel romanzo, in cui i capitoli si intrecciano continuamente, anche nella pellicola le vicende delle tre donne sono legate da richiami continui, a partire dal primo e più forte: Mrs. Dalloway. Virginia lo compone, Laura lo legge, Clarissa lo incarna.

La toccante grazia presente nel romanzo è mantenuta intatta: ad eccezione del prologo – in cui la Woolf decide di suicidarsi nelle acque del fiume Ouse, dopo aver lasciato al marito una lettera d’addio – seguiamo le storie delle tre protagoniste nell’arco di ventiquattro ore, ore che ne segneranno l’intera esistenza. Virginia riesce a sbloccare il proprio genio creativo, Laura medita sul proprio futuro e sull’oppressione che prova nei riguardi del suo ruolo sociale, Clarissa perderà ciò che ha di più prezioso. Questa meditazione sul tempo si accompagna a quella sulla poesia e la forza della scrittura: è il poeta, il “folle”, che, nelle pagine dell’opera della Woolf, così come nella vita reale, è costretto a soccombere.

Daldry si mantiene fedele al testo originale, aggiungendo solo piccole modifiche: ad esempio, nel momento in cui Laura Brown è fuggita nella stanza d’albergo per mettere in atto il suo suicidio, tutto il suo senso di soffocamento, le sue angosce, la sua disperazione sono rappresentate con la riuscita scena della protagonista che viene investita dalle impetuose acque di un fiume (immagine che rievoca quella della morte della grande scrittrice). Il personaggio di Clarissa Vaughan è sottilmente diverso, ma raramente, nella settima arte si è visto un tale rispetto per un romanzo, tanto che lo stesso Cunningham, più volte, si è complimentato con il regista per una traduzione così impeccabile della sua opera. Si è parlato, al contrario, di dissensi con lo sceneggiatore circa il personaggio di Laura Brown (alter ego, a quanto sembra, della madre dello scrittore): inizialmente David Hare voleva che Julianne Moore portasse con sé una pistola nell’albergo, ma l’autore non riteneva adatto questo modo, poco pulito, di morire da parte di una perfetta casalinga anni Cinquanta.

Ciò che rende The Hours così riuscito, lo si deve, anche, alle ottime interpretazioni di un cast ben assortito: la Kidman, vincitrice per questo ruolo del primo e finora suo unico Oscar come Attrice Protagonista, ma, per quanto mi riguarda, soprattutto la Moore e la Streep, perfette nel dare corpo ai loro personaggi così disperati e stanchi delle proprie tormentate esistenze.

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