La cerimonia del massaggio

1 luglio 2015

Poche settimane fa lessi un vecchio romanzetto di tale Penelope Mortimer, in cui a un certo punto figurava un scena grottesca di funerale; l'intento, credo, era quello di fare dell'ironia britannica: l'autrice riusciva invece solo a creare un quadretto di goffo sarcasmo. A riconciliarmi con l'umorismo inglese arriva ora questo racconto di Alan Bennett, che si svolge anch'esso quasi tutto durante un funerale in un quartiere di Londra: esequie strane, perché il morto lo conoscono praticamente tutti i convenuti, ma costoro non si conoscono affatto tra loro, non essendo suoi parenti, bensì clienti: Clive era infatti un massaggiatore dalle mani fatate, che, al pari, talvolta, di altri massaggiatori, sapeva procedere con arte ben oltre il tocco benefico di muscolature dolenti; e così, tra personaggi dello spettacolo, anonimi adepti del leather, signore attempate, ministri di stato e di culto, fianco a fianco assistono al rito cariatidi dalle articolazioni malaticce con giocondi amatori e amatrici di choses assez sales. Il punto di vista del narratore però è quello del severo canonico Treacher, uno fra i pochissimi presenti a non conoscere il morto, essendo venuto semplicemente ad osservare di nascosto la correttezza liturgica del giovane parroco celebrante: il quale da un lato appartiene alla frangia della High Church d'Inghilterra più vaga di ritualità cattoliche, ma d'altro canto presenta una pericolosa propensione per la creatività e la piacioneria liturgica. E vedere che cosa diventa, nel giro di poche pagine, quello che da principio sembra un compassatissimo entierro albionico, è una delle cose più spassose che mi siano capitate di leggere di recente: comicità viepiù pungente perché sempre sottile, sempre fresca e cordiale, sempre audace ma capace di fermarsi un attimo prima di travalicare il confine del buon gusto. In un solo caso temo che l'umorismo sia involontario, cioè dove l'arcidiacono Treacher e il parroco Jolliffe ritengono tanto fedele al rito la Chiesa di Roma; ormai da mezzo secolo la liturgia romana è diventata un campo d'Agramante di curati creativi e beghine fantasiose: gli anglicani le possono dare lezioni di serietà rituale quando vogliono (e, visti gli allegri sconquassi combinati nel testo di Bennett dai poco dolenti suoi personaggi, quanto saggio viene a sonare, a proposito!, il divieto che vigette, prima dei terremoti montiniani, di predicare durante i funerali, ove si ammetteva soltanto l'omelia funebre senza paramenti ed extra missam, davanti al tumulo!); minimo difetto di traduzione, l'inopportuno "Eminenza" rivolto da padre Jolliffe al vescovo, che immagino versione d'un originale "Your Lordship".
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