La sorella di Ursula

1 maggio 2016

La sorella di Ursula, diretto da Enzo Milioni, appartiene al filone dei gialli costruiti sui traumi di serial killer dall'infanzia infelice. In questo caso, l'assassino fa strage di donne goderecce che hanno appena avuto rapporti sessuali, trafiggendole con un fallo molto corpulento. Tra le vittime figura anche la giovanissima e bramosa amante (Antiniska Nemour) della padrona dell'albergo che non solo è teatro di tutti gli omicidi, ma anche di un vispo traffico di eroina. Poco casualmente in questo reputatissimo albergo alloggiano due sorelle austriache, Dagmar (Stefania D'Amario) e Ursula (Barbara Magnolfi). Ancor meno casualmente, Ursula è matta come un cavallo ed è ossessionata dalla figura del padre, morto suicida poco tempo prima; costui era stato umiliato da una moglie libertina, la quale – par di capire in base alle visioni di Ursula – giaceva intercambiabilmente con uomini e con donne.

Enzo Milioni come vetrinista è piuttosto dotato e ne dà la prova assicurandosi che ogni inquadratura sia ben riempita o con luminose vedute marittime o con una quantità sensazionale di pezzi d'arredamento, tanto che vien da pensare che il film sia in realtà il promo di un'asta, invece che un semplice porno sotto mentite spoglie. Sì, perché quando l'inquadratura non vede come protagonisti cieli tersi, acque increspate, specchiere barocche, corridoi art nouveau o seggioloni in stile eclettico, allora è invariabilmente animata da un grande transito di seni buttati in faccia al pubblico.

Dato tutto l'impegno profuso nel gratificare lo sguardo dello spettatore, con tutti gli annessi e connessi, Enzo Milioni si sente dispensato dall'obbligo di venire incontro alla logica di chicchessia. Spregiando infatti quei quattro malconsigliati che pretendono di guardare La sorella di Ursula come un giallo, Milioni – autore anche del soggetto e della sceneggiatura – corteggia spregiudicatamente gli amanti del ridicolo involontario (?), mettendo in ginocchio sui ceci alcuni dei cliché più fastidiosi del giallo e del thriller all'italiana.

Il tipico voyeurismo dell'assassino viene tematizzato mostrando gli occhi del serial killer isolati da un mascherino nero sempre identico, indipendentemente dal fatto che gli ammazzamenti si svolgano en plein soleil oppure in una caverna. Il movente psicanalitico dell'assassino non è più tirato per i capelli che in altri casi, ma quello che fa veramente ridere è l'apparizione di uno svagato dottore – verosimilmente il medico personale di Giovanna d'Arco – che mette in relazione l'inclinazione di Ursula per il paranormale con il fatto che la ragazza sia un'adolescente sensibile: «In sua sorella – dice a Dagmar – si è scaricato l'elemento conducente», il che rende perfettamente normale, se non fisiologico, che Ursula sappia far aprire e chiudere le porte da sole. Come se la spiegazione non puzzasse già abbastanza di bruciato, Ursula non solo ha mostrato più volte di essere già bella e sviluppata, ma ha appena detto di avere vent'anni, sicché il fatto che un dottore non conosca il significato di “adolescenza” è roba da far ballare il can-can alle ceneri di Ippocrate.

Se alcune battute rifulgono in quanto scritte in modo inconcepibile («Se il tuo dispiacere potesse trasformarsi in eroina, te ne sarei davvero riconoscente» dice signorilmente Marc Porel in piena crisi d'astinenza), altre brillano per la loro esilarante non consequenzialità: «Beh, allora... dovevi parlarmi?» chiede un po' seccato Vanni Materassi a Yvonne Harlow, dopo aver interloquito per tre minuti abbondanti con tutti i suoi pertugi, eccettuata ovviamente la bocca.

Il meglio del meglio giunge al momento dello scioglimento dell'intrigo, quando Dagmar trova Ursula in abito ufficiale da assassino (con impermeabilone, guanti in simil-pelle e cappellaccio a tese larghe) e, cadendo dal pero, le domanda: «Ursula, cosa fai col vestito di nostro padre?». I casi sono due: o il padre delle due era sul libro paga di Dario Argento, oppure faceva l'esibizionista in metropolitana.

Insomma, i Fratelli Zucker avrebbero trovato una miniera d'oro in questo thriller a luci rosse, in cui – appena si sente la mancanza di battute esilaranti – è la recitazione incoerente ad allietare lo spirito (vedi Barbara Magnolfi, interprete di alcuni dei peggiori svenimenti della storia del cinema): i personaggi sbuffano scocciati dopo il reperimento del più recente cadavere e reagiscono all'arresto con un'indifferenza tanto chic quanto fuori contesto. Altro caso emblematico: in extremis, dopo l'ennesimo e definitivo colpo di scena, il granitico Marc Porel si solleva la frangia per segnalare il suo mutamento interiore e questo, per Enzo Milioni, basta e avanza per concludere il climax finale.

Il lesbismo – accennato nei racconti di Ursula a proposito della madre snaturata ed esibito in un siparietto sufficientemente porno tra la proprietaria dell'albergo e la sua amichetta – non è una tematica predominante nel film, ma assolve, in modo molto tradizionale, a una funzione duplice: 1) allietare lo spettatore eterosessuale, il quale vede fruttificare i soldi spesi per il biglietto per mezzo del raddoppiamento delle mammelle in scena; 2) aumentare il tasso di morbosità degli omicidi, inserendo contestualmente una spruzzata di moralismo (tipica nei thriller all'italiana). Il fatto che la madre di Ursula e Dagmar fosse pure un po' lesbica, oltre che tradizionalmente sgualdrina, la rende doppiamente condannabile, sebbene il lesbismo – come suggeriscono film del genere – non sia tendenzialmente un'inclinazione a sé stante, ma una semplice eventualità nella “carriera” di persone dominate dalle loro pulsioni carnali.

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titoloautorevotodata
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