Attenti... arrivano le collegiali!

17 maggio 2016

Più un film è brutto, più è divertente raccontarlo, di solito. Attenti... arrivano le collegiali! – una pellicola più antiestetica del riporto di Bombolo – è la drammatica eccezione che conferma la regola, nonché uno dei rari casi per cui l'aggettivo “inqualificabile” è proprio quello che ci vuole.

Non può infatti permettersi di essere classificato come un soft-porno, visto che le scene in cui le carni delle impudiche collegiali vengono portate alla luce sono dirette con un'estetica fantozziana e con singolari soste della macchina da presa su ascelle non depilate. Ma si potrebbe glissare su tutto ciò se gli attori non fossero talmente poco affiatati tra loro da far pensare che una delle due parti in causa abbia appena detto all'altra «Ho ucciso io tua madre» oppure «Non ho mai fatto all'amore con una persona viva».

Il film non può sperare neanche di essere considerato una commedia, visto che dialoghi tanto sgraziati e giochi di parole così malformati non si sono sentiti neanche nei momenti più bui della carriera di Franco e Ciccio. Solo un talento comico di levatura ultraterrena potrebbe nobilitarli, ed è inutile dire che nel cast non si trova niente di simile. Il pur professionale Toni Ucci e un gruppetto di decrepiti caratteristi (con nient'altro da offrire se non i soliti accenti regionali diversificati) si contorcono e farfugliano come se stessero tentando maldestramente di nascondere al pubblico una verità irraccontabile, cioè che il film è una lunghissima (ottanta minuti possono essere davvero tanti) variazione sul tema del Nulla.

Ma anche uno spettatore che fosse vissuto in un bunker senza altri riferimenti cinematografici che I carabbinieri e Mia moglie torna a scuola si sarebbe già accorto dell'inesistenza del film su tutti i fronti fin dal minuto 00.01, quando un'inquadratura tremula si sofferma su di un cartello, attaccato a un cancello, su cui è malamente tracciata la dicitura «International School – V.S.B.». Già da questi primi fotogrammi sorgono vari interrogativi, prescindendo dal significato della misteriosa sigla V.S.B.: chi mai potrebbe inviare (dall'estero) una figlia in una scuola la cui insegna è scritta a mano? A quale grado di istruzione potrà aspirare la ragazza?

L'unica prova dell'alfabetizzazione delle studentesse – organismi intercambiabili che vanno in vacanza al mare per offrirsi a chiunque transiti per la spiaggia – è il fatto che una di loro (Yvette Monet) tenga un diario sui cui annota, con toni arcigni, le insipide vicissitudini delle altre, rimanendo in un enigmatico stato di isolamento finché non le si presenta l'occasione che attendeva.

Avendo sorpreso l'istitutrice tedesca (Orchidea De Santis) nell'atto di uscire dalla stanza di Toni Ucci (la cui scarsa attitudine per le scene amorose fa sembrare Renzo Montagnani un John Holmes con le mutande), la ricatta imponendole di giacere anche con lei, altrimenti rivelerà alla direttrice le sue scappatelle extra-curriculari. Ovviamente l'istitutrice cede, ma l'accenno di amplesso che ne segue è talmente surgelato da essere l'unico momento in cui le collegiali sembrano davvero tali.

Per non lasciare spazi vuoti in questo inerte museo degli orrori, la “sceneggiatura” opta per un'escursione sulla sponda diametralmente opposta: per ben tre volte viene fatto comparire, piegare a novanta e cacciare con un calcio nel fondo-schiena l'omosessuale più selvaggiamente brutto – con una pettinatura tipo scopa di saggina – che il cinema italiano si sia mai azzardato a proporre.

È interessante il modo in cui questo personaggio (interpretato dal macchinista Salvatore Schiavo) viene inserito: infrangendo la dinamica tipica con cui il voyeurismo dello spettatore viene riflesso mettendo in scena un guardone bavoso che spia la coppietta per immedesimarsi con il maschio della situazione, in questo caso si apprende con sorpresa che l'inguardabile guardone è omosessuale. Proprio per questo la scelta di liquidarlo – con spartane allusioni al suo gusto sodomitico – per mezzo di un calcio nel sedere viene ritenuta particolarmente pertinente.

Più tardi il bietolone da lui contemplato lo presenta alla sua brigata con queste parole: «Questo qui non è una donna, e nemmeno un uomo. È – come dire? – un frocio». L'omosessuale è lusingato. Gli astanti sghignazzano. Tutti ridono. Viene da chiedersi se anche il pubblico del 1975 abbia riso; in caso affermativo, ci sarebbe veramente di che perdere fiducia nell'umanità una volta per tutte.

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