Un piccolo manuale sull’omofobia

9 dicembre 2017

Uscito per la Diogenes Verlag di Zurigo nel 1994, “Small G: a Summer Idyll” è l’ultimo dei block notes autobiografici della scrittrice. Dedicato alla sua amica Frieda Sommer, il titolo italiano toglie al romanzo proprio l’incipit dell’ispirazione di Highsmith. Ebbe infatti l’idea di scriverlo dopo aver notato che in una Guida ai locali gay quello da lei frequentato con gli amici era contrassegnato da una “g minuscola”.
L’idea di un luogo “g minuscolo”, frequentato cioè sia da persone gay che non, scioglie nella scrittrice una matassa di considerazioni e ricordi il cui bandolo è l’omofobia.
Con una precisione ed una nonchalance magistrali, Highsmith tesse un racconto di relazioni, di fiducia o diffidenza, curiosità o disprezzo, fratellanza o noncuranza, tra personaggi che abitano una Zurigo divisa a sua volta tra tradizionalismo e modernità. Un gioco di luci e di ombre quindi, nel quale Highsmith giunge con geniale anticonformismo a ribaltare l’omofobia disegnando un personaggio disgustoso a pelle, nel quale solo qualche spiraglio tra le squame mostra il percorso di costruzione di un disagio esistenziale e sociale. Per intravedere il problema di Frau Renate, l’omofoba per vocazione, la scrittrice usa non solo la descrizione minuziosa delle sue espressioni e degli atteggiamenti ma uno stratagemma tagliente, la disabilità. Frau Renate ha un handicap al piede e per questo cammina trascinando leggermente una gamba (“clump-strapp”) e si veste in modo da occultare a tutti questa difformità.
L’umanità di Highsmith, in un gioco di pennellate quasi trasparenti, disegnerà una storia nella quale viene svelato il meccanismo di un pre-giudizio morale. Partendo dal giovane gay assassinato in un vicolo da due tossicodipendenti, sino alla morte accidentale nel finale, il gioco è tra chi proietta sull’altro il suo odio, il cittadino sul tossicodipendente, il “tossico” sul gay isolato, l’isolato socialmente su chi spera sia più isolabile di lui (le persone LGBT), …un gioco crudele in cui è meglio sottrarsi.
Il personaggio che regge la narrazione si muove nel suo quartiere in cerca di sicurezza ma è a sua volta colui che offre sicurezze: Rickie, pubblicitario, artista delicato e lungimirante nella sua professione, è l’omosessuale abbastanza ricco di sensibilità da saperne reggerne anche la mancanza negli altri.
La storia lo vede sempre alle prese con segretarie etero depresse (e impietosamente descritte), vicine di casa vedove dal gomito tendente all’alto, il fidanzato ucciso dai due “balordi” e che lui adorava anche quando non era il caso, amiche che gli chiedono fotocopie …cosa manca? La Highsmith aggiunge un particolare che pare uscire fresco fresco da un suo sogno: la cagnolina di Rickie, Lulu.
La cagnolina di Rickie è una metafora della gaiezza così come il mondo la vuole: dolce, buffa, sa ballare sulle zampine. E Rickie è l’amico che tutti/e vorremmo, sempre con un divano letto comodo all’occorrenza, qualcosa di buono per la colazione, un pensiero gentile. Le sue riflessioni, i suoi sentimenti, quella sua pancetta che gli pare respingente all’occhio dei potenziali corteggiatori e che lo rende più umano, la sua capacità di farsi degli amici inaspettati, come Luisa e Teddie.
Anche questi due personaggi sono vittima di omofobia, la prima vivendo sotto l’occhio di Frau Renate della quale è apprendista, e il secondo aggredito nell’ombra. Di questa aggressione la Highsmith approfitta per dipingere Frau Renate come una vera strega cattiva (un “look edoardiano” per coprire la suola della scarpa, e con un lungo bocchino nero per fumare), alla quale non manca un attendente, anch’esso persona con disabilità, un lavapiatti che vive nella miseria e nell’abbandono familiare. L’omofobia punteggia la storia sin dall’inizio, quando Rickie non viene invitato al funerale dell’amico. Prosegue poi con la calunnia, continua col timore che qualcuno si introduca in casa, con la paura di essere seguiti, con i giudizi disprezzanti ad alta voce (“specie di pervertiti che amano soltanto lo specchio e se stessi”, “un inutile finocchio mantenuto!” “Quella è gente che finisce ammazzata!”).
Lo sguardo di una scrittrice con l’età tende ad esser più indulgente? Una Highsmith acuta ed imperdibile, raccontando una Zurigo anni Ottanta/Novanta che ben conosce, pare strizzare l’occhio a questa tesi e scherzare con le battute (“Jean-Paul, che nome orribile!, sembra quello di un papa”), e illuderci solo per un attimo di nutrire speranza in un talismano contro tutti i mali, l’amicizia e la solidarietà tra persone diverse tra loro.
La Highsmith è anche svelatrice dell’attuale abitudine a non leggere i libri ma solo a scorrerli, o a leggere riassunti, e cade vittima di un qui pro quo di alcuni che presentano un personaggio, Rickie, come sieropositivo, in realtà vittima di uno scherzo da prete… del suo medico.
Al scendere del sipario, la catarsi finale si è compiuta, la morte ha liberato i suoi lacci, e anche “quella repressa” di Renate mostra suo malgrado un lato vulnerabile e qualche ricordo alla parete in sua discolpa: “E poi un’altra foto con la misteriosa famiglia di Renate, cugini e zii seduti su una lunga panca davanti a una casa con due camini, in campagna da qualche parte in Romania. Due donne avevano in braccio ciascuna un bambino infagottato di bianco, gli uomini erano tutti in camicia bianca e completo scuro”.

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nomeprofessioneautoreanni
Patricia HighsmithscritticeFrancesca Palazzi Arduini1921 - 1995
autoretitologenereanno
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