Papà dice messa

4 marzo 2019

Quando Mereghetti (o chi per esso) scrive sull'omonimo dizionario, a proposito de I fichissimi di Carlo Vanzina, che «Milano non è mai sembrata tanto brutta», probabilmente si è scordato di Papà dice messa, ambientato in quartieri dormitorio che ispirano piuttosto il sonno eterno, coerentemente con una storia – sceneggiata dal regista/protagonista Renato Pozzetto e da Stefano Sudriè – che si abbevera alla fonte del degrado.

Il papà del titolo è Don Arturo (Renato Pozzetto), parroco noioso e tradizionalista, il quale cerca il figlio (Giacomo Pozzetto) – concepito prima di prendere i voti – in compagnia della di lui fidanzata incinta, Matilda (Marta Forghieri). I due si aggirano tra le brume del capoluogo lombardo e passano in rassegna una vasta gamma di brutture dell'animo umano, incontrando ladri, prostitut*, prosseneti, feticisti (Don Arturo viene ripetutamente abbordato a Parco Ravizza da libidinosi automobilisti), spacciatori e tatuatori.

La principale alleata di Don Arturo e di Matilda è un'amica di quest'ultima, tale Zobeide, chiassosa e sciroccata prostituta trans1 (non operata e apparentemente ignara di cosa sia la disforia di genere), con tanto di maggiolone fucsia... perché, come le Sorelle Bandiera ci insegnano, L'importante è non farsi notare. Costei è interpretata da un Teo Teocoli apprezzabile per adesione al personaggio, ma sempre sul filo dell'eccesso. Il role model di Teocoli per questa parte è quasi sicuramente la Gilda incarnata da Alberto Lionello in Sessomatto ma, data la sua sguaiataggine, Zobeide sta a Gilda come Carmen Russo sta a Greta Garbo... e sì che anche Gilda faceva il mestiere più vecchio del mondo.

Nell'economia del racconto, Zobeide – che significativamente ha affezionati clienti ovunque vada, dal commissariato all'ospedale – è un personaggio positivo, però è comunque oggetto (e/o istigatrice) di battute risapute, che più che offendere annoiano: «È una donna come tutte le altre» dice Matilde, «Beh, proprio come tutte no...» ribatte, logoro, Pozzetto; oppure, quando Zobeide viene scippata da due marioli in motorino, «Niente di rotto?» chiede Pozzetto, e lei, autolesionista: «Ma cosa fai? Mi prendi in giro?!».

Ma, anche prima dell'avvento di questa bruna indiavolata, la sceneggiatura non brilla per innovatività, tra facezie da giornalino parrocchiale e strizzate d'occhio al Vaticano (a cui, per altri versi di cui si dirà, il film sarà rimasto sullo stomaco). La più orrendamente ruffiana è questa: «Ancora questa storia dell'aborto? – dice Pozzetto in confessionale alla madre di suo figlio... che, detto en passant, ha abbandonato col bambino per farsi prete – Ma voi donne siete proprio fissate! Non capite che il miracolo sta nella vita?». Da che pulpito, è il caso di dire!

Tornando a Zobeide, ecco altre informazioni su di lei: 1) vive in un appartamento pieno di uccellini sia vivi che decorativi («Me lo sono sudato mattone per mattone... ogni uccellino un mattone»); 2) ha dei genitori che accettano ben volentieri sia la sua professione che la sua transessualità (la madre si augura che la figlia si operi presto ai genitali, perché ha sempre desiderato una femminuccia2); 3) è fidanzata segretamente ma felicemente col tenero commissario capo (Helmut Hagen), il quale – ossessionato dai suoi capelli di seta e dalla sua barba ispida [sic] – è combattuto per il fatto di non poter vivere la love story alla luce del sole.

Solo nell'ecumenicissimo finale, in cui ladri, battone e tatuatori si ritrovano tutti in chiesa, il commissario e Zobeide si presenteranno come una coppia e faranno da padrino e madrina alla bambina di Matilda e del figlio di Pozzetto, il quale – sulle orme del padre – è intanto entrato in seminario, salvo avere forse un ripensamento proprio in occasione del battesimo. In questa circostanza, il vescovo officiante, interpretato da Felice Andreasi, pronuncia un discorso sospetto che neanche Papa Francesco nei suoi giorni progressive: «Oggi la Chiesa forse perde un buon prete, ma sicuramente una famiglia acquista un padre esemplare... nell'attesa che un giorno il buon prete e il buon padre possano essere una cosa sola». Scisma immediato sotto la guida dell'antipapa Felice I!

Venendo al resto del cast, Pozzetto, magnanimamente, si propone di fare largo (ma non troppo) ai giovani, ma il figlio Giacomo – nelle tre frasi che dice – è tragico come un pessimo imitatore del padre a una festa di piazza a Laveno. Con quelle battute infami che si ritrova (è una gggiovane che parla come i vecchi che scimmiottano i gggiovani), la forse brava Marta Forghieri fa venir voglia di prenderla a randellate come una pignatta a Carnevale, il che depone a favore della sua interpretazione, visto che il suo personaggio è programmaticamente insopportabile. Ma a ispirare istinti ancor più bellicosi sono due poliziotti cretini (Nunzio Fabrizio e Paolo Mancini), che persino i famigerati carabbinieri delle barzellette, quelli che chiamano l'ascensore gridando «Ascensoreee!», guarderebbero con superiorità e compassione. In questo panorama deprimente, Pozzetto senior ne esce come un mostro sacro della recitazione.

Come regista, Pozzetto si dà da fare per mostrare una mano spigliata, aiutato da un montaggio veloce, e azzecca di tanto in tanto qualche gag visiva (la roulotte che crolla sotto il peso di due obesi che copulano, la cocaina nascosta nelle canne dell'organo), ma ciò non basta a salvare un film con troppi difetti capitali e che – salvo errori – non si presta neanche a una rivalutazione in nome del trash.




1 A Maurizio Porro del Corriere della Sera, Pozzetto ha dichiarato: «Da parte mia mi sono preoccupato che personaggio e ambiente fossero assolutamente veritieri. Per questo siamo entrati in contatto con alcune simpatiche “belle di notte”, scoprendo storie spesso romantiche. Naturalmente, ci siamo piaciuti tutti subito e i viados hanno fatto le comparse per il film, passando le non piacevoli notti milanesi all'addiaccio, per noi».

2 In questa occasione viene riciclata la famosa battuta del cabarettista di Non stop Ernst Thole, «Mio padre voleva un maschietto, mia madre una femminuccia, sono nato io e li ho accontentati tutti e due».


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