El diputado

15 maggio 2006

Ultimo dei melodrammi del periodo della transizione, El diputado è uno dei film più interessanti di De La Iglesia e riprende, perfezionandoli, molti motivi dei precedenti Los placeres ocultos (1976) e El sacerdote (1978), omosessualità compresa. Ritroviamo pertanto elementi ricorrenti del cinema del regista basco, come l'amore di un adulto per un adolescente di strada, la ricerca di forme di famiglia alternative, il rapporto tra classi sociali diverse, il franchismo e la difficile strada verso la democrazia. Facendo del suo nuovo eroe un politico di sinistra, De la Iglesia ha modo di affrontare in modo più diretto alcune delle questioni sociali sollevate nei precedenti film, esplicitando l'impronta ideologica che il suo cinema aveva sempre manifestato, anche nel momento in cui si rifaceva a generi popolari di poche pretese.


Legando la strada verso la democrazia con quella verso l'accettazione dell'omosessualità, De La Iglesia le interpreta come due forme parallele di liberazione dall'oppressione, da un lato politica (il regime franchista) e dall'altro sociale (la condanna dell'omosessualità portata avanti dalla società borghese). Il regista descrive così l'ascesa della carriera del protagonista, Roberto, in parallelo con il suo rifiuto di reprimere ulteriormente la sua attrazione per un ragazzo, Juanito, come aveva fatto invece in gioventù quando si era sposato. Simmetricamente, assistiamo alla progressiva presa di coscienza sociale di Juanito, che arriverà a pentirsi di essersi lasciato usare per incastrare il politico.


Il legame tra politica e omosessualità viene stabilito in modo chiaro: Roberto riscopre infatti la sua omosessualità durante una breve incarcerazione dovuta a motivi politici e in seguito porterà Juanito a vivere nell'appartamento segreto in cui abitava clandestinamente con la moglie durante il regime, un appartamento arredato con cimeli comunisti e con pronta nel piccolo mangianastri la cassetta dell'Internazionale.


A saldare i due percorsi è Carmen, la moglie di Roberto, che vuole integrare Juanito nella famiglia, coinvolgendolo negli affetti, nella vita quotidiana e anche nel sesso. Sorpreso dalla lucidità e dalla forza della moglie, nel momento in cui gli dice che l'unico errore che hanno commesso è quello di credere che l'omosessualità fosse solo «una crisi passeggera», Roberto cerca di consolarla, ma lei rifiuta complimenti e compassione, e risponde con una battuta energica e memorabile: «non sto cercando di fare la moglie comprensiva o incantevole, sto cercando di comportarmi come una marxista, intenta a fare un'analisi concreta di una realtà concreta».


Forse proprio perché tutto sembra andare bene in modo fin troppo facile, De La Iglesia opta questa volta per un finale tragico e crudele, che ci riporta senza concessioni a quella realtà sociale "concreta" nella quale le forze dell'oppressione sono sempre in agguato, anche attraverso assalti e pestaggi operati da gruppi di destra con il tacito (quando non attivamente partecipe) consenso della polizia.


Un film esplicito e coraggioso, tra i maggiori successi commerciali del regista (quanto meno nei paesi di lingua spagnola, ma il film circolò anche negli Stati Uniti), singolarmente aperto e disinibito anche nella rappresentazione dell'omosessualità, di cui mostra senza censure affetto e sessualità.

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