Col corpo capisco - Parlare per figure

Estratto parziale del saggio Parlare per figure, pubblicato sul sito La poesia e lo spirito, oltre che sulla rivista "Donne in viaggio", n. 74 (luglio 2008).




David Grossman
è spesso riuscito a creare personaggi femminili molto belli. Valga per tutti la piccola suora ortodossa di Qualcuno con cui correre, uno dei suoi libri di più ampio respiro.


Nel romanzo breve Col corpo capisco, Rotem torna dalla madre morente per assisterla e leggerle un racconto che ha scritto, e con cui cerca di spiegarsi un fatto cruciale del loro passato, che lei figlia ha vissuto come fatto imperdonabile.

Rotem è lesbica e Melany, l'amante londinese con cui vive lontano da Israele, è stata prima ancora che un'amante la donna che l'ha salvata da un lento disfacimento morale e fisico.

Il passato è un peso per Rotem. Le pesa il non amore, o meglio l'amore imperfetto di Nili, madre tesa a cercare troppa salvezza e per troppe persone.
Quando Kobi, l'adolescente che le è stato affidato perché ne faccia un uomo, improvvisamente sparisce (fuga, suicidio, incidente, non si saprà mai) Nili, insegnante di yoga, abbandona tutto e tutti per cercarlo in preda a un rimorso mai detto e anche perché non può spiegarsi l'accaduto.

Rotem, che assiste bambina ai fatti, non perdona la madre per quello che le appare come un aver provocato gli eventi.

Rotem guarda impotente l'impotenza della madre che cura il male altrui, ma non può totalmente sconfiggere il proprio male dentro, quel male sordo o dolore personale che rimbomba in Rotem bambina, che lo ascolta e che la porterà a scappare, a non voler somigliare, a cercare prima nel disfacimento poi in un fortunoso ma autentico amore, la sua autenticità.


Il mistero della scomparsa di Kobi diventa il viaggio di Rotem verso la parola.

Con la parola, con tutte le parole che tradiscono ma dicono, Rotem imbastisce per Nili una narrazione del passato, dove Kobi e Rotem cercano un futuro, e lo fanno urtando contro l'incomprensione di un padre lui, di sua madre lei.

Kobi è la figura del discorso di Rotem a Nili, ma è figura che trasfigura e diventa altro.

Nili, che sorride misteriosamente alla figlia dal suo letto di morte, rileva qua e là le fantasie o invenzioni del racconto, ma solo per capire qualcosa a sua volta o forse solo per dire che così è ugualmente bello.

Nili, seguace di filosofie orientali e che usa le tecniche yoga e reiki per curare e dare sicurezza a chi si rivolge a lei, non pare in sintonia con le scelte sentimentali della figlia, che pure è lontana e scrive e fa ciò che vuole della propria vita, senza più parlarne.

Il disordine sentimentale di Nili è pur sempre eterosessuale, l'ordine monogamo di Rotem è pur sempre altro.

Cosa capisce Nili di questo altro? Perché, anche non dicendolo del tutto apertamente, Rotem teme il giudizio di Nili e i suoi occhi sulla sua persona?

Cosa è rimasto in Rotem che è ancora attesa e che diventa voce per confortare a sua volta una donna che non l'ha mai saputa confortare?

Alla fine del suo racconto Rotem avrà indietro le parole di Nili:

"Tu e Melany", dice a sorpresa "...state bene insieme. ... Tu e lei vi fate del bene a vicenda" (p. 300).

Sono però i gesti, a ricondurre Rotem all'amore che non aveva avuto, o che pensava di non avere avuto, e che per molto tempo da adulta non aveva più voluto.

Sono le mani di Nili, che sciolgono il mal di testa della figlia, e il peso che ha dentro il corpo, dentro il cervello:

"Poi, per un tempo infinito, più o meno tutta la mia infanzia, resto china, aspiro quel contatto. Il suo dito si muove con angelica delicatezza, passeggia negli anfratti della mia mente, nei punti freddi e tristi, nei luoghi in cui le è sempre stato negato l'accesso e dove lei Nili l'ha sempre saputo - veniva tradita. Sono così felice sussurra, che finalmente abbiamo parlato" (p. 301).

La parola quindi è inserita in una trama dove gesto e voce annullano l'incomunicabilità e quell'eccesso di silenzio che non è più ascoltare. Nessun ritorno alla madre, ma un a parte, una narrazione cui si partecipa in due e in cui il futuro è, per entrambe, il senso di sé.

Ma una nota sul tradimento di quella che è la madre, dura madre verrebbe da dire, può aiutare a precisare quello che nei due soggetti, Nili e Rotem, è il bisogno di una propria unica e irrevocabile interezza.

Non le leggo come specchio una dell'altra, ma come amore una dell'altra. Forma d'amore che libera, quindi, e non vincola a somigliare, né a dissomigliare.

Se il conflitto ha una sua funzione, è quella di farci scoprire un fondo di inviolabilità negli altri.

Inviolabilità tanto più necessaria quando il legame è parentale.

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