Perché ho ucciso Pierre

9 novembre 2009

Si legge d'un fiato, con l'angoscia che cresce di pagina in pagina. Nonostante il bel disegno morbido, netto, infantile, nonostante i colori accesi.


Questo è un fumetto che racconta un abuso sessuale.

Il libro nasce dall'amicizia tra due autori di fumetti, entrambi francesi, e dalla condivisione di un segreto serbato (rimosso?) per decenni da uno dei due e trasformato dall'altro in carta e china.


Nel 1979, a dodici anni, durante una campo estivo, Olivier Ka subisce le attenzioni di Pierre, prete "di sinistra" bonaccione e simpatico. Non è una violenza efferata, di quelle che riempiono le cronache morbose di giornali e tv.


È solo un innocuo "massaggio" che Pierre chiede ad Olivier, per "aiutarlo a dormire".

L'episodio passerebbe anche inosservato, se non ci fosse stata la figura autoritaria del prete adulto a sovrastare psicologicamente il dodicenne. E tutto sarebbe rimasto sepolto nella memoria di Ka se non si fosse arrivati, diventato lui padre a sua volta, al dodicesimo compleanno della figlia: in quel momento il dolore e il disagio dell'Olivier dodicenne riemergono, devastanti, rovinando sulla vita dell'Olivier di oggi.


Ka inizia allora a rovistare nei propri ricordi: è l'unico modo che ha per lasciarseli alle spalle. «Scavo, cerco. E vomito tutto... Ne parlo con Alfred, siamo in sintonia, io e lui... Sconvolto, mi propone di tradurla in immagini».


A questo punto il fardello di rendere al meglio il dramma della storia passa sulle spalle del disegnatore Alfred, che dà forma alle memorie di Olivier. Insieme decidono un percorso narrativo dove i ricordi vengano selezionati e raccontati mentre accadono: è un presente continuo, a misura del bambino di allora. I disegni di Alfred raccontano così della famiglia vagamente hippie di Olivier, della sostanziale innocenza con la quale aveva imparato a percepire la nudità delle persone. Ma anche delle punizioni divine che, al contrario, il cattolicesimo bigotto e colpevolizzante della nonna gli evocavano ogni qual volta si parlasse di sesso.


L'arrivo di Pierre, un prete che si comporta da amico, non può che trovare Olivier aperto e disponibile. E Pierre ne approfitta, abusando più della fiducia di quel dodicenne che del suo corpo.


Il libro è finito, le tavole disegnate: i due amici decidono allora di partire alla volta dei luoghi dove si svolse il dramma di Ka, convinti di esorcizzare così l'angoscia di un lavoro che li ha coinvolti così intensamente. Si aspettano di trovare un supermercato al posto della colonia estiva, e invece... Anche questa parte della loro esperienza reale è entrata nella versione definitiva del fumetto, e ne costituisce un adeguato quanto inaspettato epilogo. Solo alla fine di questo viaggio, reale e trasfigurato nel fumetto, Olivier Ka potrà dire di aver finalmente «ucciso Pierre».


Non c'è sensazionalismo o provocazioni a buon mercato in Perché ho ucciso Pierre, ma, al contrario, l'onestà intellettuale che impedisce agli autori di non scrivere mai parole come "abuso" o "pedofilia". Perché in questo modo rendono al meglio la reazione smarrita del bambino che non sa dare un nome a quel che gli succede, ma anche perché preferiscono stare alla larga dalle facili polemiche che si innescano ogni qual volta si associa la chiesa cattolica alle molestie sessuali. È come se i due dicessero, col loro libro appassionante e sconvolgente: è capitato ad Olivier con un prete, poteva succedere con chiunque, adulto, approfitti della propria autorità per far del male ad un bambino: "se gli fai qualcosa, lo segnerai per sempre".


La storia è di Ka, ma è il disegnatore Alfred a renderla al meglio, con un un tratto camaleontico al perfetto servizio dell'evoluzione del dramma dell'amico: ora pupazzesco e allegro, ora più cupo e tenebroso, ora onirico.

Un libro necessario.

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