Il karma di Jenny: sceneggiatura ed etica nell’ultima serie di The LWord.

11 giugno 2010

"E' mattino presto... in scena adesso sentiamo le sirene. Le macchine di una pattuglia della polizia corrono in direzione della macchina da presa,... i poliziotti... corrono verso la piscina dove si vede galleggiare un corpo. Sì, questo è Sunset Boulevard, Los Angeles, California." Billy Wilder e Charles Brackett non avrebbero mai immaginato che l'inizio della loro sceneggiatura, scritta nel 1949 per "Viale del tramonto", film che avrebbe portato nelle sale l'autocoscienza del cinema, sarebbe stata ripresa pari pari per chiudere le proprie narrazioni dalle sceneggiatrici della più famosa serie televisiva ideata, diretta e sceneggiata da lesbiche: The L Word, mandata in onda dal 2004 al 2009 dall'emittente Usa a pagamento Showtime e rimbalzata in tutto il mondo.

Alle citazioni le sceneggiatrici ci avevano già abituato, giocando col discorso della rappresentazione dei soggetti lesbici, mostrando un grande amore per i film-icona gay, Helena Peabody ad esempio, la bella miliardaria che poco a poco si troverà a suo agio nella famiglia allargata delle protagoniste, porta il cognome dell'avvocato dell'ereditiera dell'esilarante film di Howard Hawks, "Bring up, Baby!" ("Susanna", ricordate, un film icona-gay con K. Hepburn e Cary Grant in vestaglia con volants).


E' quindi ricordandoci passo dopo passo che la Fiction è sempre e comunque finzione e fantasia che si chiude la serie, nella quale si sono infilati giudizi critici, alcuni moralismi, citazioni femministe e, piacendo al business, qualche colpo basso alla stessa Hollywood.
"Same sex, different city", parafrasando il titolo della famosa serie Sex and the City, The L Word inizia la sua carriera nel 2004 sceneggiato dall'ideatrice (Ilene Chaiken) e da donne che hanno segnato la narrazione filmica lesbica statunitense, come Rose Troche (che dirigerà molte delle puntate) e Guinevere Turner, rispettivamente regista e sceneggiatrice del primo vero film Usa sulla comunità lesbica, Go Fish (1994). Proprio in quel film faceva capolino l'intuizione della Turner, che presentava una sorta di comunità lesbica virtuale, come fatta di passaggio di esperienze di amore e di sesso dall'una all'altra, grazie all'applicazione della famosa tecnica dei "gradi di separazione". Questa intuizione in The L Word diverrà "The Chart", la carta che rende famosa nella comunità lgbt Alice, la giornalista "queer" che fa parlare col suo personaggio la parte più politicamente impegnata delle sceneggiature. Proprio la Carta, nell'epoca dell'efficientismo e di Facebook, fa dire all'umorista Kim Ficera che era meglio quando non c'era bisogno di cartografare le proprie relazioni, ma la libertà sessuale, senza lo spettro dell'Hiv, era un'altra cosa.


"Vesti il lesbismo con stivaletti e corsetti e puoi prenderti la prima serata della Bbc" ha scritto Stephanie Theobald riguardo un altro fenomeno di "prima serata lesbica", questa volta in Inghilterra, il film in tre episodi tratto nel 2002 dal romanzo di Sarah Waters "Tipping the Velvet" (allusione linguacciuta e non altrimenti vittorianamente traducibile). Così anche The LW ha vestito con una città attraente, una Hollywood ammiccante, e la favola della ricerca della relazione romantica e indistruttibile le sue storie, infarcendole di look preziosi, e stacchi erotici voyeristici adatti al pubblico etero. Tanto che proprio il pubblico etero, colpito da un'inedita "invidia del tubo (catodico) lesbico, ha decretato oltre ogni dubbio il successo della serie, divenuta una delle più seguite della Showtime.


La fantasia si è ogni tanto mescolata con la realtà, mentre il personaggio di Alice, eterna single, paladina dei diritti Lgbt e spregiudicata bisessuale, diventava nota nel copione per la sua The Chart e per il suo sito web, negli Stati Uniti, realmente, Sarah Warn, iniziando a discutere della serie televisiva sul suo blog "After Ellen", raccoglieva una marea di visite da tutto il mondo e lasciava il suo lavoro per occuparsi a tempo pieno di cinema, tv, costume in quello che si trasforma in un vero e proprio web magazine sulla visibilità lesbica nello spettacolo.


Nel frattempo, dalla prima alla sesta serie, si è sviluppata una sorta di mitologia di The L Word, che ha dato vita a incredibili produzioni su You Tube di video autoprodotti, meta-storie, video dediche, addirittura traduzioni in dialetto, come qui in Italia in napoletano, degli episodi.

La notorietà della serie ha reso possibile quasi da subito la creazione di un elenco di "Guest Stars" che ha confermato a The L Word lo status di serie televisiva per tutti: non solo infatti fin dalla prima serie la "lesbica alfa", manageriale, risoluta, "apparently ageless" (Ginia Bellafante, The New York Times, 2009), è stata impersonata da Jennifer Beals, attrice universalmente nota per Flashdance (1983), ma lo stuolo di notorietà ospiti è fornitissimo. Tanto per citare solo le prime, Kelly Linch, attrice molto conosciuta (Charlie's Angels) che interpreta Ivan Aycock, una Drag King sulla quale le sceneggiatrici non mancano di affilare il loro sarcasmo femminista, ed Helen Shaver, la protagonista del film-icona Cuori nel deserto (1985), che interpreta il personaggio di Fae Buckley, una predicatrice assatanata contro l'arte "oscena" e che terrorizza letteralmente le protagoniste... per essere poi privatamente smascherata. Senza parlare di Eric Mabius, Marlee Matlin, Rosanna Arquette, Michael Murphy e Cybill Sheperd.


The L Word ha coinvolto col suo successo le creatrici in un faticoso tentativo di accomodamento di quelli che potevano essere ritenuti i gusti del pubblico, mentre la critica in una sorta di "ansia da rappresentazione", le giudicava via via sul "politically correct" chiedendo conto della presenza e visibilità razziale in genere, della rappresentazione dei ceti sociali, della scarsa percentuale "non statistica" di lesbiche non "femme", delle tipologie sessuali, fino a giungere alla conta di quante volte è visibile l'orgasmo e la penetrazione. L'"eteronormatività" viene soppesata da parte di molti/e indefesse/i critici televisivi del mondo lgbt, come se la serie dovesse (e potesse) rappresentare su tutto il pianeta Terra una comunità lesbica fuori dagli schemi... e tutto questo in una serie prodotta per un grande canale televisivo!


La presenza dello strumento della fascinazione erotica propria di tutte queste grandi serie: i bei volti, bei corpi, bei vestiti, gli elementi "straight"(normali) ma in realtà ultra-normali, che l'intrattenimento richiede per far sognare e affabulare gli spettatori ci sono tutti, compresa la mitologia della coppia di lungo termine e la ricerca di soluzione al conflitto causato dall'infedeltà. Le sceneggiatrici sono state però abbastanza abili da introdurre elementi dissonanti in ogni personaggio, a cominciare da Jenny, la ragazza etero, interpretata da Mia Kirshner (The Black Dalia, De Palma 2006), la quale inizierà un percorso di avvicinamento al lesbismo portando esattamente lo sguardo dello/a spettatore/trice con sé, e che viene giustiziata impietosamente, dopo che la sua personalità "bambina" è stata prima esaltata (creativa, provocatrice, geniale) e poi demolita (viziata, ambigua, egotica) nelle sceneggiature, come in un assurdo destino karmico che la trasforma da "sguardo narratore" e creativo a Dea Kalì, e ci fa capire che c'è sempre il modo per cambiare maschera ai personaggi nelle fiction. Dobbiamo dar atto che la fine della serie, con Jenny misteriosamente e finalmente galleggiante in piscina, è un colpo da maestre, perché comunica con un metalinguaggio la consapevolezza circa il "prodotto" The L Word nel momento in cui il successo (ed il rimpianto delle spettatrici e degli spettatori) è giunto al culmine.


Facendo parlare Nikki Stevens, prototipo dell'attricetta hollywoodiana di successo, le nostre ( nella quinta puntata, Litmus test) la redimono dalla sua presunta superficialità e danno anche un giudizio sul mondo del cinema che molte/i voi si sentiranno di sottoscrivere: " - (Nikki) Se davvero vuoi vincere un Oscar devi fare la parte di una brutta, ritardata o lesbica" - (Shane) Hai completamente ragione - (Alice) L'ho sempre detto anch'io - (Nikki) Io ho già fatto la lesbica quindi... - (Dylan) Aspetta un attimo scusa, di che parli? - (Nikki) Beh, basta fare i conti, allora Charlize Teron in "Monster"... brutta, lesbica, Oscar! Nicole Kidman in "The Hours", protesi al naso, veramente brutta, lesbica, Oscar!... Sean Penn in "Io sono Sam", ritardato, Oscar vinto. E Hilary Swank in "Boys dont' cry"? Lesbica completa! - (Dylan) ... io non penso che una debba essere brutta, penso che debba essere vera... - (Jenny, con le mani a imbuto, canzonante) ...Dylan, non può essere vera, è finzione!


Per ovviare al problema, Ilene Chaiken aveva già annunciato lo scorso anno la produzione per il 2010 di "The L Word Los Angeles", un reality prodotto da Magical Elves. L'idea iniziale di Ilene per un seguito di The L Word, uno sceneggiato intitolato "The Farm" che avrebbe raccontato di una delle protagoniste in carcere, era stata ovviamente scartata da Showtime. L'idea del reality invece, ha accolto l'entusiasmo dei produttori e sarà trasmessa dall'estate.

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titoloautorevotodata
The L WordRoberto Schinardi19/11/2005

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