Baba Yaga

6 luglio 2010

Prima ancora del goffo tentativo di portare Valentina in tv nel patinatissimo serial con la procace Demetra Hampton, il regista Corrado Farina scrive e dirige la propria personalissima versione live action del celebre fumetto erotico-chic.

L'idea di partenza non era nemmeno malvagia: quale migliore modo per rendere sullo schermo le raffinate tavole di Guido Crepax se non creare un'opera che funziona per immagini più che con le parole: una sorta di moderno e cinematografico tableau vivant in cui i fumetti "prendono vita" conservandone sia lo stile grafico che l'essenzialità dei dialoghi.

Dal punto di vista stilistico il film funziona pure bene: una curatissima ambientazione pop anni 70, quasi un catalogo per cultori del modernariato, e una raffinata fotografia sono i punti di forza dell'opera. Purtroppo tutto ciò non basta a mantenere sempre costante la tensione e il ritmo del racconto: qua e là la mano di Farina, esperto regista di pubblicità e virtuoso del montaggio, si fa sentire ma ciò non è sufficiente per salvare il film dalla noia e dalla mediocrità.

La sceneggiatura è eccessivamente farraginosa e a tratti assolutamente includente: stretta fra il bisogno, di natura prettamente commerciale, di mostrare scene di soft-erotismo sopratutto lesbico e la volontà, fintamente artistica, di "iniettare" nel film una certa dose di critica sociale e politica; forse a richiamare i grandi film di impegno sociale che tanto piacevano ai critici italiani in quegli anni.
Va poi considerato che il film dovrebbe essere anche un horror-soprannaturale, ed è proprio sotto questo punto di vista che la trama è più carente.

Senza andare troppo per il sottile si intrecciano dialoghi da fotoromanzo a battute del tipo "Facciamo presto Valentina, devo partecipare a un collettivo studentesco su come risolvere i problemi del terzo mondo", il tutto pronunciato da un improbabile modello di origini africane con tanto di falsissimo accento francese.
Il lesbismo, come è logico aspettarsi in prodotti del genere, è rappresentato come qualcosa di "strano e misterioso": Valentina ne è incuriosita ma anche spaventata; comunque le sue fantasie saffiche servono più che altro a titillare il pubblico eterosessuale. Alla fine trionferà l'amore "normale" eterosessuale e Baba Yaga, rappresentata come perfida lesbica decadente con tendenza masochiste, avrà la peggio.

Isabelle De Funes è la nipote del grande comico francese Louis de Funès, anche se a vederla così non lo si indovinerebbe, ed è perfetta nella parte di Valentina: sgrana gli occhioni, gira per il set mezza nuda, non indossa il reggiseno e amoreggia con lo stesso trasporto sia con i maschietti che con le femminucce.

Carol Baker, 17 anni dopo il successo di Baby Doll, all'ennesima prova d'attrice sul suolo italico fa il suo sporco lavoro con dignitosa professionalità hollywoodiana, vagando per la scena con occhio vitreo e recitando con enfasi le improponibili battute che la sceneggiatura le mette in bocca.

George Eastman, all'epoca uno dei volti più noti dei film italiani a basso costo, si ritaglia un ruolo piacevole e ben caratterizzato nella parte del regista che finanzia i propri film impegnati e sperimentali girando caroselli per la TV, con tanto di "involontaria" parodia di una popolarissima marca di detersivi con protagonista un divertente e divertito Michele Mirabella.
Peccato solo che in fase di doppiaggio gli venga appioppato un poco credibile accento veneto che, sentito oggi, risulta involontariamente comico.

La trama si rifà, molto alla lontana, alla fiaba russa "Vassilissa la bella" dove la strega Baba Yaga è battuta dall'eroina anche grazie all'ausilio di una magica bambola donatale dalla madre. In questa versione invece la bambola, una sorta di Ciccio Bello femminile in versione sadomaso con tanto di seno nudo agghindato di catene, è il mezzo con cui la strega cerca di attirare a sé la giovane fotografa.

Pasticciato ma carino, se preso a piccole dosi.

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