Quattro mosche di velluto grigio

14 agosto 2006

Al suo terzo thriller Dario Argento già farfuglia e prende a ripetersi. I temi sono sempre gli stessi: il serial killer vagamente schizofrenico traumatizzato da piccolo, il sogno o il ricordo che contiene un dettaglio rivelatore che tarda a manifestarsi, le turbe psichiche legate in vario modo a una sessualità irregolare. Ma soprattutto si ripetono le forme: generoso dispiego di soggettive e sospiri, siparietti di fanciullesca comicità, intrecci che si dibattono tra il desiderio di motivare tutto con astruse teorie parascientifiche e il gioco con l'illogicità e l'assurdo (ricavato anche da un'alternanza fantasiosa tra giorno e notte e tra riprese realizzate in diverse città facilmente riconoscibili come tali: si salta così da Torino alla metropolitana di Milano, ma la città in cui è ambientata la vicenda rimane la stessa).

L'intreccio è talmente elementare che il colpo di scena centrale è del tutto inefficace, poiché è evidente che il primo omicidio si può spiegare solo con una messinscena per incastrare Roberto, il disgraziato batterista. Ma persino l'identità dell'assassino si intuisce facilmente, troppo, visto che nei suoi gialli Argento punta tutto proprio sulla caccia all'assassino, ciò che lo distanzia di più da quello che rimane comunque un modello fondamentale del suo cinema, cioè Alfred Hitchcock.

Lo spettatore inclemente si interrogherà poi su alcuni elementi oscuri (d'accordo, il primo omicidio non era un omicidio, ma la polizia ha trovato un cadavere: di chi? Cosa diavolo c'entra il velluto grigio del titolo?). Ma a giudicare dalle gag sul postino, possiamo solo felicitarci del fatto che Argento abbia scelto di dedicarsi al thriller anziché alla commedia.


Nella quale dovrebbe rientrare in parte il personaggio dell'ispettore Arrosio, macchiettina di gay singolarmente dichiarato: «ah, voi eterosessuali», dice rimproverando Roberto, che non lo ritiene all'altezza di un compito «pericoloso» (ma lui lo rassicura: «anche noi siamo uomini, soltanto di una specie un pochino diversa»). Arrosio deve fare da spalla semicomica a Roberto, e in sé ha ben poco di eroico: professionalmente è un fallito (84 casi affrontati, nessuno risolto), umanamente un parassita scroccone (ma qui influiscono gli stereotipi su un'altra minoranza bistrattata, quella degli investigatori privati, che dovranno pur decidersi prima o poi a fondare un loro movimento di liberazione...). Infine, ovviamente è un erotomane sfacciato: appena Roberto entra nel suo ufficio esclama «oooooh» e sorride compiaciuto, e più avanti lo rincuora insinuante: «il tuo caso mi appassiona in modo molto... particolare, ti assicuro!». In ossequio a una lunga tradizione, Arrosio muore presto, in modo per altro patetico: si compiange per essere morto proprio quando aveva risolto il suo primo caso, e viene massacrato nella metropolitana di Milano, in un cesso (pulitissimo, a conferma del fatto che il lavoro del regista sui luoghi è splendidamente fantasioso).

C'è poi anche un altro esemplare di questa «specie un pochino diversa», un portiere, e ovviamente tra lui e Arrosio scatta un'immediata complicità. Così, mentre uno se ne sta con il polso a novanta gradi e l'altro si sventaglia maschiamente (ohibò, sarà questa la "diversità" della nostra specie?) spettegolano come due comari che si conoscano da sempre e si lasciano poi con una promessa dalle mille potenzialità («e telefonami... qualche volta!»).


Macchiette gay di questo tipo, più o meno irritanti, si trovano anche in altri film di Argento, da Profondo rosso a Tenebre, ma qui c'è qualcosa in più: infatti, il trauma infantile che, opportunamente risvegliato dai meandri dell'inconscio, determina lo scatenarsi delle ire del serial killer (meccanismo base di tutti i thriller di Argento) questa volta ha a che fare anch'esso con il genere sessuale. E così, dopo questi maschioni di una strana specie, troviamo una donna di una specie ancora più strana. Si tratta di una ragazzina cresciuta come un ragazzino da un padre che voleva a tutti i costi un maschietto. La confusione e i traumi che ne ha ricavato li sfoga ora sul fidanzato, semplicemente perché le ricorda il padre.

I risvolti reazionari del cinema argentiano tornano così ancora una volta in superficie, come anche i suoi debiti: dopo il gay che in queste forme non disturba e fa colore (e tanto alla fine lo si massacra), non è certo una trovata lungimirante l'idea di fondo secondo la quale le ragazzine e ragazzini devono essere cresciuti come tali, altrimenti si confondono i confini e si generano pericolosissime turbe. E non è nemmeno originale: la si trova ad esempio in Quando la città dorme (While the City Sleeps, 1956) di Fritz Lang o in Homicidal (1961) di William Castle, ma torna alla mente anche il Freeman di Sabotatori (Saboteur, 1942), uno dei film più singolari di Hitchcock (regista con il quale Argento sembra condividere una visione alquanto problematica della sessualità).
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