Occhi di fuoco [1980]. A Bishop piacerebbe essere la Le Guin... ma non lo è.

Romanzo di fantascienza.

L'uso della fantasia per immaginare come sarebbe la società se venissero applicati certi princìpi filosofici cari allo scrittore esiste da molti secoli, ed ha addirittura un nome tutto suo: Utopia.

Il confine che distingueva la letteratura utopica dalla fantascienza, alla nascita di quest'ultima, era talmente sottile che ormai la fantascienza s'è di fatto mangiata la letteratura utopica, anzi le ha addirittura affiancato quella distopica (l'utopia al negativo, per così dire).

Questo è un guaio per Michael Bishop, che ha deciso di costruire la sua versione personale di Utopia in questo romanzo intitolato Occhi di fuoco. Un guaio perché con le utopie si sono cimentati grandi pensatori, grandi filosofi, grandi maestri della fantascienza.. mentre lui non appartiene a nessuna di queste categorie... e si vede.
In questa vicenda le ambizioni superano infatti di gran lunga la capacità narrativa e inventiva del povero Bishop.


Tre le società a confronto: quella della Terra (che osserviamo attraverso un minuscolo campione: un gruppo di tre cloni della stessa persona, di età diversa, due dei quali legati da un'intricata relazione omosessuale sadomasochista ed incestuosa), quella del pianeta Gla Taus, e quella del pianeta Trope, entrambi abitati da razze umanoidi ma aliene.
Il secondo pianeta "incastra" i terrestri per costringerli a fungere da ambasciatori presso il terzo, con la richiesta d'esiliare su Gla Taus una minuscola setta di fanatici religiosi dissidenti (composta di sole donne) per adibirli alla colonizzazione di aree del proprio pianeta inospitali per gli indigeni (ma non per i tauriani).

La vicenda si snoda attraverso l'introduzione d'una quantità enorme di temi "eticamente sensibili" che in gran parte vengono abbandonati a metà, sbocconcellati svogliatamente ma non compiuti.
Il finale è poi particolarmente confuso, pasticciato e pretenzioso.


L'autore è a suo agio nella descrizione delle società aliene, che ama descrivere nei dettagli, compresi quelli non indispensabili (ma a suo favore qui spezzo una lancia: è la prima volta che leggo la descrizione d'un cesso alieno in un romanzo di fantascienza... ottima idea!).
Il che rende noiosetto e prolisso il romanzo, qui e là.

Bishop ama anche cesellare personaggi ricchi di contraddizioni e sfumature, ma poi non riesce a tenere sotto controllo la loro logica e li fa perciò sembrare a tratti o farabutti in libera uscita, o fanatici isterici urgentemente bisognosi d'un Trattamento Sanitario Obbligatorio.

A me questo libro, che mi era stato consigliato da un'amica a cui era piaciuto, non è sembrato complesso, ma solo incasinato.
Forse alla mia amica, che è come me omosessuale, può essere piaciuta la piccola comunità solo femminile delle fanatiche religiose: i tropiani sono in realtà tutti ermafroditi, ma la civiltà dominante esalta fino all'isteria il lato razionale/maschile, al punto da rifiutare la procreazione biologica, mentre le fanatiche s'identificano tutte come femmine, campano a bagnomaria in una spiritualità molto New Age (il libro è del 1980), si riproducono per via naturale, hanno sviluppato la telepatia, sono nonviolente... in qualche modo, molto da lontano, somigliano a una Comune lesbica anni Settanta...

D'altro canto, la relazione omosessale incestuosa (presente alle pp. 11-12, 99-100, 168) non ha alcun tratto positivo: anzi. Il più giovane dei tre cloni subisce le attenzioni del clone di età intermedia, tanto che,

"ridotto al rango di bambino e concubino, Seth aveva iniziato a provare risentimento per i modo in cui veniva represso il su innato talento e a disprezzare se stesso" (p. 11).
Non mi pare quindi che ci sia da essere entusiasti di questa introduzione della tematica gay nel romanzo.


Come non è difficile intuire da quanto ho appena scritto, il libro non mi è piaciuto, e ho faticato ad arrivare alla fine.

Esistono romanzi magari non geniali in quanto a idee ma scritti bene, con ritmo, con mestiere, che bene o male ti costringono a seguirli passo passo fino alla conclusione. Occhi di fuoco a mio parere non si colloca fra questi. Troppe questioni importanti accennate e non risolte.
La soluzione escogitata nel finale per giustificare certi incomprensibili voltafaccia dei personaggi è poi talmente scema e lambiccata da avermi francamente deluso.

Certo, non ci troviamo di fronte a robaccia dilettantesca: bene o male il romanzo si lascia leggere, quindi senza dubbio a qualcuno potrà piacere.
Ma di sicuro non ci sono dubbi sul fatto di trovarci di fronte a un romanzo "vorrei-ma-non-posso", che ha cercato di scopiazzare Ursula Le Guin (troppe le somiglianze col pianeta Gethen de La mano sinistra delle tenebre) senza averne lo spessore filosofico e narrativo.
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