A cosa servono gli amori infelici?

24 gennaio 2012

[Recensione di Antonio Rizzo]


C'è quasi sempre un fase della nostra vita in cui ci si ferma a pensare profondamente su ciò che abbiamo fatto ma soprattutto su ciò che siamo stati non solo per gli altri ma anche per noi stessi.

È una fase matura, che difficilmente si sviluppa nel periodo più felice e più giovane della nostra esistenza: di solito incominciamo a chiedercelo quando presumiamo di essere completamente devastati da uno dei mali naturali della nostra esistenza: la vecchiaia.

Ed è proprio cosi che Gilberto Severini nel suo nuovo romanzo scompone l'esistenza di un uomo senza nome, che alle porte del nuovo millennio (costretto a sottoporsi a una delicata operazione chirurgica alle coronarie allungando di gran lunga quel "breve" periodo di permanenza in ospedale), incomincia a scrivere appunti, frasi, lettere.

Lettere (iniziate e mal finite, ma mai spedite) a quelle tre persone che hanno una avuto una certa rilevanza nella sua vita: a un suo collega d'ufficio al quale racconta della sua monotonia quotidiana, a Don Gabriele per cui nutre un amore pieno di ammirazione e di sentimenti forti ma mai volontariamente corrisposti, e infine a un suo amico immaginario, anche lui senza un volto, senza un nome, privo di una vita reale, che però conosce perfettamente e intensamente tutti gli attimi che hanno costituito quella del protagonista.

In un rumoroso e caloroso ospedale l'io narrante sconfigge la noia, assolve i pensieri, ignora l'attesa perché

"L'attesa si sconfigge così: utilizzando il tempo. Socrate aspettando di bere la cicuta conversava con gli amici. Le persone calme sanno aspettare ovunque, leggono un libro, un giornale, assorte. Le persone ansiose, nell'attesa, pensano che potrebbero utilizzare quel tempo in qualunque posto, tranne in quello dove si trovano...

Quelle di Severini non sono altro che riflessioni: riflessioni di vita, di vita passata, di vita nostalgica, imperfetta, insicura che ti fanno capire che bisogna amare l'istante.

L'uomo passa la sua intera vita a ragionare sul passato e lamentarsi sul presente e si nega, si preclude quello che è il suo futuro, proprio come fa il protagonista con i suoi amori, con le sue passioni.

Siamo perennemente sospesi nell'incertezza su cosa scegliere, nella paura di sbagliare, e rimaniamo fermi, sino ad arrivare a un punto di non ritorno.

Nel quale tutto quello che si poteva fare è stato già fatto.

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A cosa servono gli amori infeliciMauro Fratta
06/08/2013

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