Kizuna 10

Decimo volume della serie di Kizuna. (Su di esso si veda la recensione di Veruska Sabucco, Dieci anni fra gli yakuza, "Pride", febbraio 2006).

Un ottimo finale-non finale per questa serie veterana, la cui autrice ha trovato un tono e un taglio semi-umoristico quasi perfetto, tale da rendere gustoso questo fumetto anche per chi non sia un appassionato del genere yaoi. Alle improbabili (anzi, impossibili) incursioni nel mondo della mafia giapponese e ai killer altamente stereotipati, la Kazuma ha preferito stavolta una commedia sui rapporti famigliari delle sue due coppie gay. Il fatto che la professione del padre di due personaggi sia il mafioso diviene irrilevante, rimanendo giusto come retaggio dell'impostazione iniziale della serie. Potrebbe trattarsi di un qualsiasi uomo d'affari e non cambierebbe nulla.

Ovviamente lo svolgimento è a tratti bizzarro per via delle tortuosità della psiche e della cultura giapponese (il nonno di Ranmaru deve infrangere una tradizione e una mentalità consolidata quando deve prendere la decisione di permettere ad uno "sconosciuto" di andare ad abitare assieme a Ranmaru nella casa di famiglia, affrontando il biasimo di vicini e parenti: boh!?). Nulla è più "innaturale" della cosiddetta "famiglia naturale", e quindi ogni popolo se la gestisce in modo completamente suo (e bizzarro), ed è certo divertente esplorare qui gli esotici meandri della famiglia giapponese.

Come dicevo, il tono di questo albo è umoristico, e questa è una scelta azzeccata perché permette all'autrice di raggiungere infine un climax leggero e non strappalacrime su argomenti rimandati per dieci volumi, e dieci anni: Kei riesce a portarsi a letto Masa, Ranmaru incontra infine il padre che credeva morto e già che c'è fa anche coming out (e la Kazuma riesce a rendere umoristica pure questa scena: "Scusa papà... Il mio compagno... non è una donna". "Non è una donna? In che senso?"), il nonno di Ranmaru convoca con una scusa Kei Enjoji a casa propria per poter discutere con lui (visto che il nipote continua a rimandare ed a schivare il discorso) del futuro di Ranmaru e della palestra di kendo che gestisce.... e Kei a sua volta fa coming out, sia pure prendendola alla larga. E causando un infarto a Ranmaru: "Ma nonno... Enjoji cosa ti ha detto precisamente di noi?". "Piuttosto che trovarvi una moglie preferite stare insieme voi due, no?". "Esatto". (Pensiero di Ranmaru "Che interpretazione sottile... Mi verrà un infarto").
L'umorismo serve anche a rendere più potabile la mielosità appiccicaticcia dei "buoni sentimenti" che stilla a tratti da questo albo, impedendoci di prendere il tutto troppo sul serio..

I personaggi di questo fumetto sono cresciuti ed hanno acquisito spessore psicologico. E invece di perdere tempo a raccontare improbabili sparatorie e intrecci polizieschi totalmente prevedibili, l'autrice si concede infine un po' di scavo psicologico. Magari presentandoci il giovane Kai che si confida con un compagno di università (anch'egli figlio di un mafioso ed a sua volta innamorato del suo "angelo custode") chiedendosi quale possa essere il suo futuro con Masa (un mafioso non può avere una relazione omosessuale, ovvio...) e soppesando i pro e i contro di un coming out nella conformista società giapponese.

Ovviamente, da qui a spacciare un fumetto boys' love per un fumetto gay all'occidentale, ce ne passa. L'autrice continua a intervallare la vicenda con le sue scene di sesso (ma disegnate con un persistente pudore che, in questo contesto, "ci sta bene"), i due ragazzi hanno una mentalità decisamente non occidentale (in particolare, continuano a sprofondare in abissi di vergogna non solo quando devono affrontare con terze persone il tema della loro relazione, ma perfino quando devono parlare di sesso fra loro stessi. Accennare agli atti sessuali compiuti continua a fare arrossire Ranmaru. Tant'è che il più giovane Kai (sui cui tratti da "bamboccione" l'autrice calca un po' la mano per accrescere l'effetto comico) viene descritto mentre se ne esce con domande e osservazioni di assoluto candore, da figlio d'una generazione ormai "s-vergognata" sul tema, suscitando l'imbarazzo nei suoi compagni più anziani di fronte a tanta franchezza (si veda come esempio la pagina iniziale dell'albo).

Ma a parte questo direi che nel mare altamente ripetitivo e inflazionato dei boys' love giapponesi questo numero 10 di "Kizuna" spicchi come un esempio del fatto che la ripetitività esasperata di questo filone dei fumetti non è una "caratteristica", ma un vero e proprio difetto, visto che in questo albo si dimostra che quando un'autrice è brava ed ha avuto la possibilità di maturare e far maturare i propri personaggi, il ricorso a mitraglia ai cliché non è necessario.

(P.S. Una piccola bizzarria: a p. 205-206 si accenna allo scompiglio che le presenti recensioni del sottoscritto hanno suscitato nell'ambito del fandom femminile, che mi rinfacciava il fatto che un uomo gay non può capire nulla di questa produzione, penstata da donne etero per donne etero. Wow. Ho lasciato una traccia nella storia umana...).

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