Delitto a Porta Romana

4 settembre 2016

Il settimo episodio della saga di Nico Giraldi, Delitto a Porta Romana, ha come filo conduttore il parto della moglie del detestabile eroe interpretato da Tomas Milian, il quale dal 1976 al 1984 si è ostinato a disperdere onanisticamente la propria bravura dietro a un personaggio arido come una rapa. Il film è strutturato proprio come un parto: urla continue e gente affannata che va e che viene.

Dato che l'indagine del romanissimo maresciallo Giraldi si svolge a Milano, l'incorreggibile regista Bruno Corbucci e il suo sodale Mario Amendola (sceneggiatore fisso della saga di Giraldi nonché zio del doppiatore di Milian, Ferruccio) sguazzano nel mar morto dell'ovvietà:

  1. Il buon Bombolo e l'ex-Gufo Lino Patruno, utilizzato in qualità di depositario della milanesità, vengono messi a confronto in un torneo di scopa vinto mille a zero da Bombolo, cosicché lo spettatore romano possa ripetere a se stesso «Semo li mejo» alla faccia di quel “bamba” del Patruno;

  2. Giraldi fa cantare La società dei magnaccioni agli incartapecoriti ospiti alto-borghesi di un commissario lombardo (naturalmente tanto citrullo quanto impettito);

  3. Tutti gli inseguimenti devono far tappa al Duomo, o come minimo a San Babila.

Al di là dell'uso arbitrario della topografia milanese, proprio gli inseguimenti – realizzati persino al di sotto dello standard dello stesso Corbucci – sono un'altra nota dolente: particolarmente orribile e confuso è quello sulla pista da hockey, che si risolve in un'ammucchiata. L'unica parziale eccezione è offerta dalla corsa sui pattini a rotelle nel centro di Milano, visto che Giraldi, con un vezzo alla James Bond, si cimenta di film in film nell'utilizzo di mezzi di trasporto sempre meno ortodossi.

A intenerire (o forse esacerbare) l'animo dello spettatore LGBT provvede una curiosa sotto-trama, molto amata dai fan della saga: Bombolo, incarcerato a San Vittore, diventa suo malgrado il favorito di un energumeno chiamato Bartolo il Monzese (Elio Crovetto), un ergastolano che alterna svolazzamenti di polso con scrollate per il bavero, dolci profferte con sanguigne minacce. Bombolo convince Bartolo – un vero uomo all'antica – a scrivere a sua madre per chiederle il consenso per le loro “nozze”; con grande disappunto di Bombolo, la sua ingenua mammina non ha niente in contrario; anzi, si augura di diventare nonna al più presto. Bartolo, risoluto, afferma di voler fare ricorso all'adozione, ma prima ovviamente dovrà fare di Bombolo una donna onesta; suggerisce infatti di far celebrare le nozze a un certo Don Murialdo, un prete avvelenatore il quale evidentemente ha una concezione molto particolare della propria professione.

Ad aumentare la comicità della situazione è la parziale connivenza di Bombolo, al quale Bartolo parrebbe non dispiacere più di tanto: «è un bravo giovanotto e un buon lavoratore» dice al maresciallo Giraldi. Purtroppo quest'ultimo, guastafeste come al solito, costringe Bombolo a simulare un malore per farsi ricoverare in ospedale e pertanto Bartolo, restando in gattabuia, viene estromesso dal film.

Per quanto l'irrisione sia sempre dietro la porta (Bombolo e Crovetto sono la coppia gay peggio assortita che si possa immaginare), è abbastanza curioso che Corbucci tratteggi in maniera più “fine” e morbida questo nerboruto pluriomicida rispetto a una qualsiasi checchina innocua, anche se magari un po' molesta. C'è da dire che Corbucci ha esplorato – fuori e dentro dalla saga di Giraldi – tutte le declinazioni macchiettistiche nella rappresentazione dei gay (in Delitto a Porta Romana c'è una transessuale spogliarellista rimbrottata perché il suo seno non è ancora sviluppato a dovere), quindi giustamente tenta qui di trovare qualcosa di nuovo. E infatti Bartolo il Monzese è l'unico indizio di un qualsiasi sforzo creativo da parte degli autori di questo vuoto filmetto.

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